Al lavoro e alla lotta

di Valerio Calzolaio

Il Partito Comunista Italiano. 1921-1991. Una napoletana (Franca Chiaromonte, 1957) e una ravennate (Fulvia Bandoli, Bagnocavallo, 1952) con una comune esperienza di funzionarie di partito e parlamentari, molte affinità sociali e personali, notevoli differenze politiche, leopardiane e attente al pensiero ironico, hanno deciso di raccontare il Pci attraverso 180 parole-chiave e dieci interviste. Il corpo del loro partito non c’è più, purtuttavia ha avuto un ruolo così significativo nella storia europea del secolo scorso che un glossario meditato di alcuni termini aiuta a ricostruirne periodizzazioni e geografie, personalità e scelte. Non si tratta di un elenco oggettivo ed esaustivo, sia perché hanno scelto di citare le parole che ricordavano nella loro specifica esperienza di figlie di compagni, giovani militanti e autorevoli dirigenti in alcune fasi, sia perché confermano in ogni definizione la pratica (femminista e fertile) di partire sempre dal proprio vissuto, anche quello emotivo e lessicale. Troverete modi di dire e di fare, fraseologia politica coniugata Fgci o Pci, simboli formali e sostanziali (come il Bottegone), termini storici (come “Austerità”, lì l’ecologia, non in “Territorio”). Ognuno che ha vissuto la politica a quei tempi, fuori o dentro partiti e istituzioni, sarà tentato dallo sport di vedere le parole (come Scienza) che mancano (alla propria memoria), sforzo inutile in questo caso. Sono parole o voci, non nomi propri, politici studiosi scrittori vengono casomai richiamati all’interno del lemma (e sarebbe stato utile un indice dei nomi): dunque Compromesso Storico, Donne Comuniste e Stalinismo sì, no Democrazia Cristiana, Femminismo e Berlinguer (citatissimo poi nella narrazione). Breve la narrazione del titolo, “al lavoro e alla lotta”: “con queste parole si chiudevano di solito le manifestazioni, i congressi e i comizi… Noi che venivamo dal ’68 o che stavamo annusando il femminismo avevamo serie difficoltà a usare parole così enfatiche…”.

Il Pci maturò ben presto una visione “progressiva” della democrazia, come un lento e non traumatico avanzamento, come conquista di “casematte”, come effetto dell’interazione fra lotte sociali e iniziative istituzionali (centrali e locali). Fu dunque un partito restio ad accettare accelerazioni politiche e stimoli inconsueti (esempi in tal senso furono i timori sul divorzio o la chiusura verso il Manifesto), rifiutava contaminazioni episodiche e rapide. Tuttavia fu sempre capace lentamente di “metabolizzare” novità e pensieri lunghi; risultò una “spugna” prudente e permanente, riuscendo ad assimilare movimenti e culture di sinistra. Riportare alla luce il lessico del comunismo italiano è pertanto un’operazione utile alla storia e alla politica contemporanee, la narrazione politica era essenziale in quel grande articolato partito di massa, l’uso di parole precise (più o meno metaforiche) funzionale alla vita collettiva interna e alla ricerca del consenso esterno, non solo alla “concorrenza” rispetto agli altri soggetti politici. Circa cento pagine sono dedicate alle interviste fatte a personalità che attraversarono la stessa storia: sei donne (Maria Luisa Boccia, Luciana Castellina, Lia Cigarini, Graziella Falconi, Marisa Rodano, Livia Turco) e quattro uomini (Cuperlo, Macaluso, Occhetto, Tortorella). Tutti rispondono alle stesse identiche dieci domande, riferite alla biografia di ciascuno (i libri di formazione, la scelta del Pci), a valutazioni sul partito (il rapporto fra i sessi, la Carta delle Donne, i nessi dirigenza-lavoro di base e intellettuale-operaio, gli organi d’informazione, la comunità politica) e all’attualità (cosa ancora ci manca del Pci, come si è collocati politicamente oggi).

Al lavoro e alla lotta. Le parole del Pci

Franca Chiaromonte e Fulvia Bandoli

Harpo, 2017

Pag. 264 euro 16

 

 

 

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