Cosa sappiamo dell’universo?

di Francesco Roat

Gli interrogativi che si/ci pone Amedeo Balbi ‒ astrofisico, docente presso l’Università di Roma Tor Vergata, opinionista e saggista ‒ nel saggio L’ultimo orizzonte. Cosa sappiamo dell’universo (UTET) sono di quelli da far tremar le vene e i polsi. Tra le varie questioni affrontate, ecco le più problematiche: quali sono i limiti della conoscenza?, l’universo è finito o infinito?, potrebbero esistere altri universi?, esistono davvero le leggi di natura?, al posto della cosiddetta realtà poteva non esserci nulla?, lo spazio e il tempo hanno avuto un inizio e avranno una fine?, che cosa vuol dire conoscere e come possiamo essere davvero certi di cosa abbiamo appurato?

Mi fermo qui e, nel tentativo di fornire una prima risposta in merito a ciò che sta alla base di tutte queste domande ‒ cioè che sappiamo intorno all’universo ‒ cito una basilare considerazione filosofica di Balbi: “La realtà è quello che è, e fa quello che fa. I nostri tentativi di descriverla, con parole o equazioni, non sono la realtà. E la realtà non ha nessun obbligo di conformarsi a ciò che noi crediamo o affermiamo riguardo a essa”. Ciò non significa certo minimizzare il fatto che, tramite il procedimento/metodo scientifico ‒ fondato su: osservazione dei fenomeni, formulazione di ipotesi, sperimentazione, condivisione di dati/risultati ottenuti ‒ l’uomo non solo abbia registrato regolarità costanti nel mondo e le abbia descritte mediante formulazioni teoriche accurate e verosimiglianti, ma soprattutto che sia riuscito a modificarlo a proprio vantaggio creando strumenti d’ogni tipo che funzionano in modo egregio.

Tuttavia, specie negli ultimi cent’anni, s’è sempre più imposta presso il vasto pubblico (e pure presso taluni scienziati) una concezione assai discutibile, ossia che la scienza permetta di raggiungere evidenze certe, di stabilire che cosa è reale e cosa non lo è; in altri termini: di essere oggettiva e veritiera in modo indubitabile. Ma questo modo di pensare, secondo Balbi, rappresenta una visione puerile/dogmatica del sapere scientifico; come quella di riuscire un giorno ad ottenere una descrizione completa dell’universo. Per dirla in linguaggio filosofico: tutto ciò è pura metafisica, platonismo, miraggio illusorio. La scienza sarà pure un intelligente processo di esplorazione della realtà tramite indagini volte a creare una sorta di mappa del mondo sempre più precisa ed accurata. Tuttavia ‒ sottolinea il nostro fisico ‒: “è importante ricordare che la mappa non è la realtà: le nostre teorie, per quanto sofisticate, sono semplificazioni idealizzate, strumenti concettuali che utilizziamo per orientarci nella complessità del mondo reale”.

È il problema dell’esistenza di vere e proprie leggi di natura, alla cui evidenza troppi scienziati credono ciecamente (al contrario di Balbi). O quello forse ancora più spinoso che emerge ogniqualvolta ragioniamo intorno all’universo, in quanto “diverso da qualunque altro sistema fisico”, essendo unico e costituendo ciò che il Nostro chiama la cornice di tutti gli eventi. Ed è esso altresì a determinare le condizioni che producono quanto accade. Così qualsivoglia fenomeno è comprensibile soltanto: “poggiandosi sullo stato pregresso di un sottoinsieme dell’universo”. Ma se ogni nostra interpretazione/spiegazione rimanda appunto di necessità a tale megafenomeno, allorché la scienza intende spiegarlo a che potrebbe riferirsi? Detto altrimenti, ci è forse concesso uscire dall’universo di cui facciamo parte per osservarlo dall’esterno e per abbracciarlo col nostro sguardo? Scontato che la risposta sia un indubbio no.

Tutto questo non significa affatto scetticismo o sfiducia nella scienza, ma solo la consapevolezza dei nostri limiti/orizzonti conoscitivi, che in futuro, in parte, potranno di sicuro venire superati ‒ come è accaduto di continuo nel passato, soprattutto recente ‒; però creder di potere, un giorno, comprendere (ossia, etimologicamente, prendere/afferrare insieme) appieno l’universo è hybris, arroganza, direbbero gli antichi greci. Ribadisce infatti Balbi che: “In ogni momento, dalla nostra posizione nello spazio e nel tempo, possiamo osservare soltanto una porzione limitata della realtà”. Bisogna infine fare un ulteriore distinguo. Una cosa è l’universo osservabile e altra tutto quanto esiste ma non è alla nostra portata. Non a caso è stata persino ipotizzata da vari fisici l’ipotesi che esista un multiverso, ovvero un insieme di più universi; anche se l’evidenza empirica a supporto di tale supposizione è oggi prossima allo zero. Fantascienza a parte, ovviamente.

Amedeo Balbi,

L’ultimo orizzonte. Cosa sappiamo dell’universo,

UTET, 2019

pp. 217, euro 17,00

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