D’Annunzio e Fiume: un’utopia sociale e politica

di Niccolò Lucarelli

Nel centenario dell’Impresa di Fiume, Enrico Serventi Longhi, professore di storia contemporanea alla Sapienza di Roma, contribuisce a fare luce su un argomento di storia patria spesso travisato e affrontato da punti di vista poco rigorosi. Attraverso un registro linguistico chiaro, formale ma non barocco, l’autore inquadra l’evento in una prospettiva europea, analizzando i punti di contatto fra l’utopia dannunziana e la filosofia esistenzialista di Nietzsche (cui D’Annunzio è debitore del Superuomo), il socialismo e la massoneria. Rapporti sin qui poco studiati, poco approfonditi, e dall’ignoranza dei quali sono nate tante errate o parziali interpretazioni. Pertanto, confutando tanta cattiva storiografia più o meno recente, Serventi Longhi spiega come a Fiume non si svolse un’impresa di goliardico sovversivismo contro il governo Nitti, ma si cercò di gettare le basi di una società nuova (cui fa riferimento il titolo), incentrata su valori filosofici, artistici e politici che per la prima volta si voleva combinare insieme.

Partendo da Ronchi con i suoi Legionari, senza incontrare la resistenza dell’Esercito regolare (che anzi solidarizzò con l’impresa), D’Annunziò mostrò la vitalità di un’Italia che cercava e voleva la modernità, e non si limitava a quelle rivendicazioni di territori che gli accordi di Versailles del 1919 non riconoscevano come italiani. E nemmeno si voleva sovvertire l’ordinamento italiano (cui invece mirava Mussolini, sotto la bandiera del nazionalismo); lo scopo di D’Annunzio aveva una prospettiva più ampia, assai meno violenta, utopica se vogliamo, ma proprio per questo coraggiosa.

Merito di Serventi Longhi è quello di affrontare con rigore storico, una vicenda ancora oggi poco compresa, e dibattuta quasi soltanto da un punto di vista ideologico. Così non fu, perché D’Annunzio non simpatizzò mai con il Fascismo; fu al contrario Mussolini che per un certo periodo seguì il Vate, sperando di farne un suo strumento politico. Non ci riuscì, ma in compenso prese dal dannunzianesimo fiumano simboli, rituali, concetti, che poi sarebbero confluiti nell’ideologia fascista. Persino il corporativismo nacque in embrione a Fiume, con la Carta del Carnaro che fu, in un certo senso, come spiega l’autore, il cardine e il testamento spirituale di quell’esperienza umana e politica. All’esaltazione della vita eroica, D’Annunzio affiancava un sincero amor di Patria. Intellettuale decadente, lo animava la volontà di superare modelli socio-politici ormai desueti creando una sorta di moderna Atene, dove estetica, cittadinanza, arti e scienze potessero esprimersi all’interno di un contesto politico neo-umanistico di stampo guerriero. A ciò si affiancava una visione dei rapporti fra classe imprenditoriale e classe operaia per quell’epoca assai avanzata, e forse lo sarebbe anche per i nostri tempi. Tutto questo fu la Carta del Carnaro, cui il “Natale di sangue” impedì di essere applicata.

E studiando le testimonianze inedite di soldati e ufficiali che presero parte all’impresa, così come i rapporti fra D’Annunzio e De Ambris (indispensabili per comprendere la cornice rivoluzionaria della Carta), l’autore completa un quadro sino ad oggi frammentario; si scopre quindi come D’Annunzio cercasse di domare le frange oltranzista dell’arditismo fiumano, e come cercasse di salvare Fiume dalle mire personalistiche di alcuni protagonisti, e con obiettività storica rileva anche le sue ingenuità politiche, in un contesto che comunque non sarebbe stato facile per nessuno. Ma comunque si voglia leggere l’impresa fiumana, Serventi Longhi ricorda come al Vate si debba riconoscere coerenza e onestà intellettuale.

 

 

Enrico Serventi Longhi

Il faro del mondo nuovo

Gaspari Editore, 2019

pp. 191, Euro 18,00

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