Editoriale. Arnoldo e Angelo

di Giuseppe Marchetti Tricamo

Quando si incontravano per le strade e i sentieri di Cortina d’Ampezzo quei due vecchi signori si salutavano a distanza. Era Arnoldo a indicare con un cenno del bastone Angelo. Niente di più. Per non incontrarsi da vicino scendevano il primo all’hotel Cristallo e l’altro al Miramonti. E con distacco e palese diffidenza l’uno ha sempre seguito il successo dell’altro per tutta una vita vissuta vicendevolmente in fotocopia. Entrambi avevano fatto di Milano la capitale dell’editoria italiana e in quell’ambiente erano indicati come l’incantabiss (l’incantatore di serpenti) l’Arnoldo, per la sua straordinaria capacità di persuasione, e il cumenda l’Angelo. Per lunghi anni le loro case editrici si sono identificate con loro, i fondatori, due uomini che dal nulla con intuizione, tenacia e lavoro hanno creato aziende di grande prestigio debuttando quando i protagonisti si chiamavano Treves, Hoepli, Ricordi e Vallardi. “In su la cima”, avvolto in una rosa stilizzata, è stato il longevo motto delle edizioni dell’Arnoldo mentre una “R” dalla lunga coda ha contraddistinto i libri dell’Angelo.

Nati a due giorni di distanza l’uno dall’altro alla fine dell’Ottocento, nel 1889, quando metà della popolazione italiana era analfabeta, oggi i due avrebbero gli anni della torre Eiffel. Il padre di Arnoldo era un calzolaio ambulante (le scarpe le riparava ma anche le realizzava) e quello di Angelo era un ciabattino (le riparava soltanto).

L’incontro di Arnoldo con la stampa avvenne a Ostiglia, dove diventò garzone di una tipografia artigianale. Fu un colpo di fulmine. Quel torchio della sua formazione di tipografo autodidatta esiste ancora ed è esposto nell’ingresso della Fondazione Mondadori. Partendo dalla stampa dei pochi numeri del giornale Luce! diventò l’editore di D’Annunzio, Montale, Churchill, Mann ma anche dei personaggi di Walt Disney e lanciò in edicola magazines di ampia diffusione, tra i quali Epoca, Grazia, Panorama. Arnoldo fu l’editore della Medusa (una collana di grande valenza letteraria) e dei prestigiosi Meridiani.

Fu all’orfanotrofio dei Martinitt che Angelo imparò il mestiere di tipografo e lo mise poi a frutto su una linotype acquistata con i suoi risparmi di operario e pagata in cinque anni. In poco tempo la tipografia diventò casa editrice e Angelo divenne “il re dei periodici” Lei, Annabella e poi Oggi, Candido, L’Europeo. Ma di lui ricordiamo soprattutto la mitica Bur, una collana di classici, a prezzo contenuto, destinata al grande pubblico.

Si fecero entrambi ammaliare dal cinematografo: Arn0ldo per i rapporti di parentela con i Monicelli e Angelo per i film prodotti con qualche lungimiranza come nel caso della Dolce vita di un Federico Fellini, ancora non riconosciuto maestro della “settima arte”, del quale confidò a Montanelli “se riesce a far recitare gli altri come recita lui, farà certamente qualcosa che magari non si vende, ma che vale la pena di fare. Perché quello lì per metà è un ciarlatano, ma per l’altra metà e un genio”.

Ma fu il cinema a evidenziare alcune differenze di comportamento tra i due personaggi: Angelo fu protagonista del jet set insieme ai divi di Cinecittà e di Hollywood mentre Arnoldo, più sobrio e lontano dalle cronache mondane, frequentò gli scrittori Thomas Mann, Ungaretti, Quasimodo, Piovene, Buzzati, Soldati, Bassani e gli amici del Rotary di Milano.

“Non si amavano ma si rispettavano” (Nicola Carraro e Alberto Rizzoli, Rizzoli – La vera storia di una grande famiglia, Mondadori Electa). “In fondo, erano l’un contro l’altro armati entrambi pionieri del moderno capitalismo culturale e mediatico” (Cristina Mondadori, Le mie famiglie, Bompiani).

In questi giorni sembra che si stia per verificare un episodio così eclatante che Arnoldo e Angelo, Mondadori e Rizzoli, in nessun momento della loro esistenza, avrebbero potuto immaginare.

C’era un terzo personaggio, contemporaneo dei due, che vorrei citare, è Valentino Bompiani, l’editore più geniale, che pubblicava “per dar vita ai libri che gli sarebbe piaciuto leggere e forse ai molti che gli sarebbe piaciuto scrivere” (Umberto Eco, Quelli che come Bompiani, Penta Editoria, Bompiani) e che, seppure amico di Mondadori, cedette azienda e libri a Rizzoli. Fu un primo caso di molte altre acquisizioni di marchi da parte delle due majors dell’editoria.

La vicenda, che ai tempi dei fondatori sarebbe apparsa impossibile, l’ha diffusa l’Ansa in febbraio: “Mondadori ha sottoposto al Cda di Rcs Media Group una manifestazione di interesse non vincolante per l’acquisizione di Rcs Libri”. Parole scarne ma pesanti che annunciano l’annessione in Mondadori della Rizzoli. Poche righe che hanno allarmato il comparto dell’editoria italiana, trovando voce nell’appello di Umberto Eco e di 47 scrittori (Corriere della sera, 21 febbraio 2015): “un colosso che dominerebbe il mercato del libro in Italia per il 40 per cento, dominerebbe le librerie, ucciderebbe a poco a poco le piccole case editrici”. Certamente un’anomalia che condizionerebbe la concorrenza, intaccando i margini di azione dei competitor. Ma c’è in gioco soprattutto la creatività e la libertà di espressione degli scrittori perché, in assenza di un’alternativa possibile, il nuovo super-editore sarebbe il sovrano assoluto nelle scelte editoriali con il rischio di generare un’egemonia culturale.

Mentre succede, o sta per accadere, tutto questo, altri 800mila lettori si allontanano dai libri. Una città come Torino ha deciso di non leggere più. E noi, che amiamo i libri e li leggiamo, siamo un po’ più soli.

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