Editoriale. Bullenhuser Damm

di Giuseppe Marchetti Tricamo

“Se fossi stata ad Auschwitz, saresti stata attenta” è la frase pronunciata, secondo alcuni quotidiani, da un’insegnante nei confronti di un’alunna ebrea, suscitando il pianto della ragazza e la reazione solidale dei compagni di classe. Succedeva all’inizio di aprile in una scuola di Roma.

Negli stessi giorni, un’altra docente, evidentemente dotata di una sensibilità diversa da quella della sua collega romana, mi ha inviato da Messina alcune pagine da lei stessa composte, piene di struggimento, che spezzano il cuore. Versi vibranti di memoria che raccontano al mondo la storia di venti bambini – giovani farfalle pronte a levarsi in volo per vivere la loro primavera – caduti nella rete fitta dell’orco nazista.

Venti piccoli innocenti ingannati, strappati alle famiglie, portati via dalle loro case in Francia, in Olanda, in Polonia, in Jugoslavia, in Italia. Creature violentemente sottratte alla fiducia che, dopo quella notte buia in cui il mondo smarrì la ragione, sarebbe tornata l’alba con i colori della speranza.

Teresa Lazzaro, l’insegnante di Messina, li ricorda uno per uno, verso dopo verso, e a ciascuno dedica una poesia che è un monumento di sentimenti forti e sinceri, una testimonianza d’amore che sovrasta ogni tempo. Ancora più efficace della stele posta nella scuola che li custodì per un breve periodo. A quei teneri fanciulli, infatti, non si addice il bronzo ma un posto ben protetto (ha ragione Teresa) nel nostro cuore.

Quei bimbi sono rose bianche che dal giardino di Bullenhuser Damm invitano a meditare e a ricordare (così come fa l’autrice in questa sua opera, Bullenhuser Damm. La memoria, Experiences) che i loro sogni sono stati lacerati dal fischio del treno impregnato di terrore che li portava ad Auschwitz Birkenau, a Neuengamme, ad Amburgo. Niente più favole, bambole, corse in bicicletta, niente più “dolce con le noccioline e i semi di papavero”. Ma corpi seviziati e occhi esausti per le lacrime versate.

Teresa Lazzaro, con quella sua sensibilità che da sempre apprezzo, ha raccolto l’appello e, dalla sua casa di riviera sullo Stretto di Messina, con le sue belle e struggenti poesie richiama alla memoria di tutti noi, affinché la storia non si ripeta, quei “sogni rimasti avvinghiati al filo spinato” o persi nelle nuvole cupe e dense di folle atrocità. Teresa immagina in versi che “anche la luna è impallidita” mentre la cenere urlando nel vento saliva lentamente dal camino verso il cielo.

Con Teresa, anch’io, come Paolo Crepet (Elogio dell’amicizia, Einaudi), “provo orrore per il potere che ha distrutto l’umanità, che ha odiato le minoranze, che ha temuto la creatività e adorato la prostrazione delle folle acclamanti perché indottrinate e tremebonde. Il prepotente è debole proprio per questo: detesta i sentimenti che non siano retorici, sbandierati come vessilli di guerra, quelli che hanno bisogno di terre lordate da fiumi di sangue innocente”.

 

Ad Auschwitz i feroci artigli dello spietato orco nazista misero una stella gialla su quei gracili petti. Venti stelle che i forni, nella ancora gelida notte di una primavera che non voleva arrivare, non riuscirono a spegnere e che ancora adesso brillano di luce intensa nel cielo d’estate.

 

“Questa strage anomala/ lacera ancora anno dopo anno e/ cerca nel filo del vento/ di memoria il filamento/ e volge un pensiero al tempo/ lontano…”. Succedeva tra il 20 e il 21 aprile del 1945. Da quella notte, nel mondo, nulla è stato più come prima. Consegnata alla storia peggiore quella follia distruttiva, che ha rappresentato il culmine del declino di un genere umano convinto di potere essere onnipotente, è nata una coscienza senza confini che vuole ridare dignità all’umanità.

 

“Considerate” – scriveva Primo Levi (che nel campo di sterminio di Auschwitz c’era stato e che per tutta la vita portò marchiato sul corpo il numero 174.517) – “se questo è un uomo/ che lavora nel fango/ che non conosce pace/ che lotta per mezzo pane/ che muore per un sì o per un no./ Considerate se questa è una donna,/ senza capelli e senza nome/ senza più forza di ricordare/ vuoti gli occhi e freddo il grembo/ come una rana d’inverno. Meditate che questo è stato:/ vi comando queste parole./ Scolpitele nel vostro cuore/ stando in casa, andando per via,/ coricandovi, alzandovi./ Ripetetele ai vostri figli” (Primo Levi, Se questo è un uomo, Einaudi).

 

Aveva un cuore buono Anna Frank e lo conservò tale anche di fronte agli orrori del nazismo che l’avrebbero condotta a Bergen-Belsen. “Continuo a credere nell’intima bontà dell’uomo che può sempre emergere” (Anna Frank, Diario, Einaudi).

 

Ai poeti e agli scrittori, ma anche a tutti i cittadini, il compito di vigilare per combattere prontamente anche il più leggero soffio di autoritarismo, ogni tentativo di prevaricazione, di intolleranza, di razzismo, di violazione dei diritti umani, di trasgressione delle regole della convivenza civile, di profanazione dei sacri luoghi della memoria. Per conoscere un luogo non è sempre necessario esserci stati. “Un luogo non è mai solo ‘quel’ luogo: quel luogo siamo un po’ anche noi. In qualche modo, senza saperlo, ce lo portavamo dentro e un giorno, per caso, ci siamo arrivati” (Antonio Tabucchi). E noi siamo grati alla poetessa Lazzaro per averci condotto, attraverso le liriche composte con il suo cuore d’insegnante, un cuore innamorato della giustizia e della solidarietà, in quel luogo che da oggi sarà ancora di più nostro.

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