Editoriale di Giugno. “Rivali o alleati?”

di Giuseppe Marchetti Tricamo

Enrico Melotti, uomo d’affari di mezza età, è a cena e Caterina lo serve a tavola con premura e affezione. Sono reduci da un litigio che ha avuto per protagonista una Caterina furiosa, che ha buttato all’aria la casa tentando addirittura di uccidere Enrico. Lei è innamorata e ha ceduto alla gelosia, ma adesso lo coccola, dopo averlo, però, chiuso in una “gabbia dorata”. Ricordate l’episodio? È la scena finale di un film: Enrico è interpretato da Alberto Sordi e Caterina è un robot. La pellicola, che ha per titolo Io e Caterina, è del 1980.

Sono trascorsi più di trent’anni e quella che allora era soltanto fiction cinematografica o visione letteraria di Isaac Asimov (Io, Robot, Mondadori) oggi si fa realtà con i robot che cercano di occupare spazio nella nostra vita. Con quale obiettivo? Per aiutarci a vivere meglio e sostituirci nei mestieri alienanti o per condizionarci e soppiantarci?

In letteratura, i robot apparvero per la prima volta, proprio con lo scopo di affiancare l’uomo, in un dramma fantascientifico dello scrittore ceco Karel Čapek (R.U.R. Rossum’s Universal Robots, Marsilio), il quale fece inventare al protagonista della sua opera, lo scienziato Rossum, operai artificiali privi di bisogni e resistenti alla fatica. Erano esseri forti, razionali che, sprovvisti di coscienza e sentimenti, si ribellarono tentando di sostituirsi all’umanità che li sfruttava. Fu un escamotage letterario, da parte di Čapek, un ammonimento alla società tecnologica, affinché si avvedesse in tempo del baratro in cui rischiava di precipitare. Ma anche un segnale di pentimento ed espiazione? Oppure l’intento era di tenere a bada la coscienza per un’invenzione che appariva così irreale? Era il 1920. E dopo c’è stato il ravvedimento? Tutt’altro: la creazione dell’essere artificiale, che sembrava un’utopia planetaria, è avanzata parallelamente al progresso tecnologico, alimentando, tuttavia, le paure dell’essere umano. In origine, come per molte scoperte scientifiche, c’è stato lo zampino di Leonardo da Vinci e del suo “Cavaliere meccanico”, che si alzava in piedi, agitava le braccia, muoveva la testa e la mascella. Fu invece un “Flautista” l’automa creato da Jacques de Vaucanson (1737), che ebbe per contemporanea un’anatra meccanica.

Il passaggio dalla fantasia alla realtà ha coinvolto nella progettazione e nella costruzione dei robot un numero sempre maggiore di discipline, dalla robotica alla cibernetica, alla meccanica, all’elettronica, all’informatica, all’intelligenza artificiale. Tutte impegnate nella realizzazione di quelli che Ippolito Nievo chiamò, in Storia filosofica dei secoli futuri, uomini di seconda mano. Era ancora fantasia ed effetti speciali l’extraterrestre E.T. di Carlo Rambaldi per l’omonimo film di Steven Spielberg. Oggi affidiamo momenti della nostra vita e deleghiamo compiti a un grande fratello tecnologico che ci tiene in pugno. Insomma, l’intelligenza umana si consegna sempre più all’intelligenza artificiale. La somma delle due, dice David Ornan (Singolarità. Con che velocità arriverà il futuro, Hoepli), farà nascere una nuova civiltà e questo accadrà presto, fra una trentina d’anni. Quello che intercorrerà dal presente sarà, aggiunge Ornan, un tempo prezioso per prepararci alla trasformazione e per fare in modo che gli effetti siano compatibili con le aspettative umane. Insomma, se giocheremo a scacchi con un robot, pretenderemo di vincere noi, e non perdere come è capitato al campione del mondo Garry Kasparov quando nel 1997 sfidò Deep Blue, il cervello al silicio dell’Ibm? È questo che veramente vogliamo? O, se preferiamo la dama, punteremo a non restare senza pedine per evitare una sconfitta simile a quella subita dal campione sudcoreano Lee Se-dol da parte di AlphaGo? E, ancora, avere noi la meglio se su un rettangolo verde incontreremo quell’aspirante calciatore che gli studenti del Politecnico di Torino stanno mettendo a punto? Sappiamo che desideri e obiettivi dipenderanno dai principi morali ed etici che l’uomo adotterà nella progettazione delle intelligenze artificiali. E, pertanto, riteniamo che restano ancora valide le leggi di Asimov, soprattutto la prima tra le quattro, che dispone che “un robot non può recare danno a un essere umano né può permettere che a causa del proprio mancato intervento un essere umano riceva dann0”. Rassicurati da questo principio sulle buone intenzioni dei robot e sulla cooperazione tra homo sapiens e machina sapiens, godiamoci quanto fino a oggi realizzato.

Benarrivati, allora, i robot-con-sembianze-umane in grado di trasportare le persone, in casa o in ospedale, da un ambiente all’altro; di coadiuvare i sanitari; di assistere gli anziani; di affrontare rischiose operazioni di soccorso e di salvataggio. Benvenuti anche i robot-animali simili a quelli reali per far compagnia agli anziani; i robot-pesci che, isolati o in sciame, studiano le correnti, controllano le maree e le onde anomale, partecipano alle missioni archeologiche subacquee; le macchine senza conducente che, presumibilmente dal 2020, gireranno per le nostre città. Ci sono nazioni che mostrano interesse nell’impiego dell’intelligenza artificiale in ambito militare, ma non manca la giusta reazione di coloro che ne auspicano l’uso esclusivamente per l’antiterrorismo e la difesa del Paese.

Intanto, Amazon mostra in un video un postino-robot che presto ci consegnerà a domicilio il nostro libro preferito.

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