Editoriale. Elogio degli italiani che resistono

di Giuseppe Marchetti Tricamo

“Questo mio Paese è l’Italia molto bella dei più, non il meschinissimo Paese dei meno: quello dei meno è un Paese dove non si nasce, non si mangia, non si ama, non si vive e non si fa nessuna cultura. Dove non si respira nemmeno l’aria, perché prima bisogna fiutare le arie che tirano e solo dopo si respira. Questo non è il mio Paese: il mio Paese è l’Italia piena di calore animale, quella ignorata dai poveri snob, dove mi piace vivere e scrivere”. È questo un pensiero di Goffredo Parise che ci viene ricordato da Francesco Piccolo (Il desiderio di essere come tutti, Einaudi).

Ci sono cittadini che vorrebbero andare via dalla nostra Italia, prendere un aereo e volare lontano dove tutto sembra essere più efficiente, determinato, proiettato nel futuro. Andare via per salvarsi, dicono. Ma poi restano, perché qui hanno le loro radici, amano questa terra e in fondo vivono bene, nonostante. La tentazione è forte. Lo sottolinea anche la campagna pubblicitaria (provocatoria) “Bella ciao” lanciata dall’azienda “Piazza Italia”, che, pur affermando che “l’Italia guarda il futuro che parte per l’estero”, “non vuole essere un’apologia della partenza” e chiede ai giovani di talento i motivi per partire o restare.

Certo da molti anni, da decenni ormai, gli italiani sono stati sottoposti ad una forte pressione che li ha amareggiati, allontanati dalla vita politica, li ha angustiati per la scomparsa dell’etica pubblica e privata, feriti per la compromessa dignità internazionale. Sono stati oggetto della protervia, del cinismo e dell’egoismo della casta (che non ha mai desistito nel dare la caccia a nuovi privilegi). Il bene collettivo è stato saccheggiato, l’aria avvelenata, il territorio offeso dalla cementificazione, le aziende pubbliche depredate, i campionati di calcio truccati, la moralità precipitata in basso. Ed ancora sono presenti le tangentopoli, i conflitti d’interesse, le collusioni mafiose. Una giostra del malaffare da far girare la testa! Francesco Piccolo, nel suo libro, che è un romanzo di formazione, personale e collettiva, questi anni ce li fa ripercorrere tutti, quelli duri e quelli buoni (citandone i protagonisti).

Restano nel loro Paese gli italiani, ma fuggono dai talk show e dai telegiornali perché non li trovano più divertenti, anzi non li considerano credibili, perché l’informazione-intrattenimento e quella tradizionale si sono fatte colonizzare dalla cattiva politica (quella buona ha nomi antichi e ha scritto la storia dell’Italia), scivolando nella sottoinformazione e nella disinformazione. In molti non sopportano proprio più quei programmi e, oggi, ritengono che avesse ragione Karl Raimund Popper quando, nel 1994, parlava di televisione cattiva maestra, e anche Giovanni Sartori, che nel 1997 affermava che la tv ha allevato la torpidità mentale, il rammollito da video, l’uomo che non legge e la politica videoplasmata (Homo videns, Laterza), o Carlo Freccero, per il quale l’aspetto più evidente della televisione generalista di oggi è il suo interesse ossessivo per la futilità del quotidiano (Televisione, Bollati Boringhieri).

Hanno dovuto rinunciare a molto, così rispondono gli italiani al sondaggio di Demetra per Demos: non possono più permettersi una vacanza di appena una settimana (il 50,8 per cento), non sono in grado affrontare una piccola spesa imprevista (il 42,5 per cento), non possono riscaldarsi dal freddo (il 21,2 per cento), non riescono a pagare le bollette (il 13,6 per cento), mentre quasi la metà delle famiglie nel Sud e un po’ di meno nel Nord scivolano pericolosamente verso l’ultimo gradino della scala sociale, rischiando la povertà. Sono numeri e percentuali che riportano indietro nel tempo, a un’Italia impoverita e mesta, che tuttavia è riuscita a tirare fuori la grinta e a generare il Paese moderno e smagliante degli anni della ricostruzione, della crescita e del boom. Si ripeterà il miracolo? Avremo nel 2014 un Paese migliore di quello che vediamo intorno a noi?

Sì, ne sono certi gli italiani che restano, nonostante la dura crisi economica e politica, nonostante il vociare scomposto dei nuovi agitatori che odiano le istituzioni, nonostante l’opportunismo, il qualunquismo e il populismo vestiti d’abiti nuovi, che, come sempre, “promettono a tutti un uovo subito” per “riservare a sé e ai propri fidi una gallina domani” (Giorgio Bocca, Annus Horribilis, Feltrinelli). Loro, gli italiani contribuenti, che non hanno evaso neppure un centesimo di tasse sui loro esigui redditi (è sempre attuale Evasori di Roberto Ippolito, Bompiani), restano decisi a trasformare la propria rassegnazione in rabbia e in passione. Perché hanno capito che la sorte dell’Italia li riguarda, ché il Paese va salvato e ha bisogno di ciascuno di noi e della generazione che si è allungata orizzontalmente (temporaneamente, speriamo) nel mondo (Michele Serra, Gli sdraiati, Feltrinelli).

A quest’Italia che reagisce, che va avanti e crede nel futuro Daniel Tarozzi ha dedicato un viaggio, per scoprirla e raccontarla in un libro (Io faccio così, Chiarelettere).

Sono da elogiare questi italiani, più numerosi di quanto si immagini, che con coscienza civica hanno mantenuto saldo il loro ruolo nella società, hanno resistito agli sconquassi e ai disagi e li hanno affrontati, con sofferenza ma anche con dignità e, oggi, sono ancora qui per sfidare a viso aperto il domani. Loro sanno che, come canta Francesco De Gregori, “i vetri alle finestre sono rotti e il tetto è da buttare/ se non lo fanno subito fra un po’/ non ci sarà più niente da aggiustare”.

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