Editoriale Giugno-Luglio 2017. Il mare in un bicchiere

DI GIUSEPPE MARCHETTI TRICAMO

C’è bisogno di poesia. L’universo lo sa e provvede: ci bombarda di emozioni, di sensazioni

che commuovono, danno il batticuore, fanno palpitare, trepidare, turbano. Opportunità che vanno colte, vissute, ma di cui spesso non si conserva memoria: passano via e precipitano nell’oblio. Per fortuna esistono i poeti, uomini e donne come noi, dotati tuttavia di una sensibilità più accentuata, che catturano, interiorizzano e conservano i sentimenti più profondi del mondo, per restituirceli – con parole magiche e sognanti, ora tenere e fresche ora dure e amare, con versi sempre nuovi – appena ce n’è bisogno. È ciò che fa Francesco Terrone (Versi dolci e roventi, Ibiskos Ulivieri) in una giungla di mondo / che sa solamente / seppellire i sogni, e noi capiamo di cosa si nutrono i poeti. Di passioni, tormenti, accoramenti, malinconie e felicità. Di ricordi, ma anche di immaginazione, di visionarietà e di realtà. Di intimità da condividere, suggerendoci le parole giuste quando ci struggiamo per amore, quando – verseggia Terrone – il cuore di chi ama / batte, batte forte /come se fosse un angelo /che colpisce nel buio. Tutto in un percorso di andata e ritorno dal fantastico al tangibile. Loro, i vati, gli eredi della tradizione antica dell’oralità del componimento poetico, sono i piantatori di semi che crescono e creano coscienze che da individuali aspirano a diventare collettive. Quale magia è la poesia! Aveva ragione Italo Calvino quando la definì “l’arte di fare entrare il mare in un bicchiere”. Avvenne nella Roma di metà degli anni ’60, nel pieno boom economico, quando la città viveva di “dolce vita”, ma anche di cultura impreziosita da convegni, dibattiti, presentazioni di libri, e da incontri, che non conoscevano soste stagionali. Giuseppe Berto nel Male oscuro scrive: “In fondo l’estate a Roma è una cosa bellissima tale da infondere sentimenti gioviali e corroboranti inquantoché di giorno non si fa niente per via del caldo mentre di sera col fresco si esce a mangiare in trattorie che hanno i tavoli sistemati nelle piazze e nei cortili, e poi si fa tardi nei caffè di piazza del Popolo o di piazza Navona o di via Veneto”. Effettivamente, tutte le sere, gli scrittori e gli intellettuali che vivevano o passavano dalla capitale andavano da Canova a piazza del Popolo o al Caffè Rosati in via Veneto, dove si creò uno straordinario convivio di altissimo livello, di cui Scalfari ha scritto in La sera andavamo in via Veneto, pubblicato da Einaudi. E fu proprio alla libreria Einaudi, nello spazio attrezzato per gli appuntamenti settimanali, che, come ha ricordato Beniamino Placido (su un numero della Repubblica dell’aprile 1982), Calvino diede la propria definizione della poesia. Amavano la notte i poeti di quegli anni e si incontravano anche in via del Babuino, da Notegen, nella cantina del droghiere arrivato dall’Engandina, a pochi passi dall’Hotel de Russie, all’epoca sede della Rai. Di notte / lungo i sentieri colorati / da lanterne ingiallite  vagando, allora e oggi – ricorda in versi Francesco Terrone – nella quiete interrotta da un rotolio di scatole di latta / gatti e gattacci / … / in una notte / senza la luce delle stelle.  Suggestività un po’ leopardiana di un tranquillo paesaggio notturno. Sollecitati dai versi del poeta, immaginiamo noi stessi percorrere le strade e i vicoli della nostra città buia, nella notte dolce, senza vento e senza luna, rimasta a illuminare i tetti e gli orti. Sì, ci tornano in mente i versi di Leopardi: emergono dall’archivio della nostra memoria arricchitosi nel tempo, fin dai banchi di scuola quando ci “costringevano” a tenerli a mente. Ma oggi, forse, non si usa più. Una volta c’era qualcosa di nuovo… nel sole, / anzi d’antico (Pascoli), e noi a meriggiare… / presso un rovente muro d’orto, / ascoltare tra i pruni e gli sterpi / schiocchi di merli, frusci di serpi  (Montale) e Clof, clop, cloch, / cloffete / cloppete / clocchette / chchch… / e giù / nel cortile / la povera / fontana / malata (Palazzeschi).

Oltre ai poeti delle antologie, se ne incontra talvolta qualcuno in carne e ossa, uno di quelli, direbbe Gesualdo Bufalino, che “porta sotto l’ala un messaggio che ignora” (Bluff di parole ). Io stesso mi imbattei al Pincio, chissà quando, in un poeta senza nome che stava su una panchina in faccia al Cupolone, custodita dai busti grigi (ancora con la testa attaccata al collo) dell’Ariosto e del Belli. Carmina non dant panem. Non era il caso del poeta senza nome. Viveva di poesia che offriva soltanto a chi sapeva apprezzarla. Un euro per una recitata. Due euro per una poesia vergata a mano su un foglio e arricchita da un piccolo disegno. Non accettava oboli, era una poeta non certo un barbone. I versi erano suoi. Dalla vita gli arrivava l’ispirazione. Eh, sì, oggi la poesia richiama l’attenzione del mondo su ben diverse rappresentazioni. A noi porta le immagini della realtà e regala frammenti consapevoli di quotidianità, ibridati dai sentimenti dell’autore. Erri De Luca ci parla degli immigrati calati da altopiani incendiati da guerre e non dal sole  (Sola andata , Einaudi) e Raffaella Spera del loro viaggio: quando eravamo l’uno sull’altro nella barca / che ci portava ho provato il desiderio di essere un pesce. / Vivere dove non esiste la violenza, né si sente / il battito forte del mio cuore indurito  (Emigranti di poppa, emigranti di prua, Gangemi). Da sempre, ma ancora di più oggi, il mondo ha bisogno di sentimenti, / di parole, di parole scelte sapientemente  (Tahar Ben Jelloun, Amori stregati, Bompiani).

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