Editoriale. I nostri 10 anni in riva al Po

I nostri 10 anni in riva al Po

di Giuseppe Marchetti Tricamo

 

Chi allora c’era ricorda come se fosse ieri l’emozione di quel giorno di maggio del 2005. Eppure il Salone del libro l’avevamo sempre seguito, l’avevamo visto nascere, nel 1988, a Torino Esposizioni in riva al Po, nel verde rilassante del Parco del Valentino (felice intuizione di Guido Accornero e Angelo Pezzana e logo magico di Armando Testa), avevamo visto apparire tra gli stand personaggi illustri come Gianni Agnelli e Giovanni Spadolini (la passione di quest’ultimo per i libri, le riviste, la storia, la cultura era dedizione vera), incontrato scrittori noti ed emergenti, editori, librai, agenti letterari, bibliotecari, traduttori, docenti e un fiume di lettori, apprezzato le pubblicazioni dei Paesi ospiti (il primo fu la Catalogna che con il libro e le rose, nel ricordo della leggenda di san Giorgio e il drago, ha un rapporto speciale). Avevamo ascoltato il poeta russo Iosif Brodskij, appena insignito del Nobel, che diceva che “l’idea di tenere un salone del libro nella città in cui un secolo fa Friedrich Nietzsche perse il lume della ragione è un’idea luminosa con un buon pizzico di follia”. E la città che fu cara a Giovanni Arpino, Italo Calvino, Massimo d’Azeglio, Giulio Einaudi, Giuseppe Giacosa, Piero Gobetti, Antonio Gramsci, Primo Levi, Cesare Pavese, Emilio Salgari e Mario Soldati per noi non celava più alcun segreto e ci appariva luminosa e foriera di promesse.

Più che follia quella di Accornero e Pezzana fu grande intuizione, regalarono a Torino e all’Italia una manifestazione innovativa che neppure Parigi con il suo Salon era riuscita a concepire: la più grande e fornita libreria con molte novità, che profumano ancora d’inchiostro, e con migliaia di titoli, altrove talvolta introvabili, portati da grandi editori ma anche da medi e piccoli che arrivano per farsi conoscere oltre i confini del loro territorio.

Ma cos’altro sarebbe diventato il Salone? Certamente il più vivace festival della cultura. È il più frequentato convegno delle più lucide intelligenze del mondo, che si confrontano sulle sfide del presente e del futuro. E anche la sede del più approfondito dialogo tra le culture di vari Paesi.

A Torino, oggi come ieri, si rafforzano le relazioni e le interazioni tra libro, autore, editore e lettore, che si confrontano e condividono idee. Ma indubbiamente c’è chi dissente. E anche per lo scrittore pentito, che ha partecipato a precedenti edizioni ma che oggi si dissocia, il Salone è un potente megafono. Che debolezza sarà mai stata quella di aver preso parte a un convegno, a una presentazione, a una lettura, a un’intervista alla televisione, alla radio, alla pagina letteraria di un quotidiano, di aver stretto la mano e scambiato una battuta con uno o più lettori? La domanda andrebbe rivolta allo scrittore tedesco Jan Brandt che, nell’anno in cui la Germania è il Paese ospite, afferma che è uscito talmente turbato dall’esperienza torinese da dedicarle un libro, Tod in Turin, edito da DuMont, che nel suo Paese ha prodotto commenti sulla stampa più diffusa, da Die Zeit a Der Spiegel.

Anche questo è marketing. “Tutto marketing, tutte strategie promozionali studiate a tavolino. Tuttavia non è detto che in un’epoca in cui tutti sono dappertutto non risulti premiante la scelta del silenzio e dell’assenza” (Ernesto Ferrero, la Repubblica, 5 aprile 2015). Una conferma di oggi, l’invisibile Elena Ferrante (il libro più recente, Storia della bambina perduta, e/o) e due di ieri, Elsa Morante (il suo La Storia, Einaudi, ebbe successo nonostante la scrittrice si negasse a quel tempo a pubblico e giornalisti) e Jerome David Salinger (Il giovane Holden, Einaudi) che si eclissò dal mondo.

Gli scrittori, a parere di Juan Goytisolo, si dividono in due gruppi: gli uni puntano alla propria promozione e visibilità mediatica e aspirano al successo; gli altri, no. I primi vogliono “attirare la luce dei riflettori, essere notizia”, senza considerare che “una cosa è l’attualità effimera e un’altra molto diversa la modernità senza tempo delle opere destinate a durare” (la Repubblica, 24 aprile 2015).

Ma perché eravamo emozionati in quel giorno di maggio del 2005? No, non ci attendeva alcun red-carpet ma una sobria sala del Lingotto, niente celebrity, nessuno scrittore popstar ma soltanto amici e qualche scatto un po’ mosso per la ressa. Arrivammo, con sottobraccio le copie del primo numero di Leggere:tutti appena stampato, Sergio Auricchio (editore acuto e tenace) e io. L’emozione sparì con le migliaia di copie che presto volarono via. Fu un successo che è proseguito fino a oggi. Memori di quel giorno fortunato, continuiamo a tornare a Torino e ci fa piacere incrociare il direttore Ferrero con all’occhiello una rosa bianca, fatta di pagine di libro. Siamo lieti di incontrare molti di voi con i quali, nella comune passione per la lettura, si è saldata un’amicizia. Voi che leggete la rivista, che ci regalate le vostre riflessioni, che ci sostenete, che ci affidate la pubblicità delle vostre edizioni.

Dieci anni sono pochi e molti. Abbiamo visto nascere e crescere editori, affermarsi nuovi scrittori, sorgere eventi letterari, ma ci è capitato di addolorarci per la chiusura di case editrici e librerie e per l’abbandono della lettura da parte di molti, troppi italiani.

Noi, con voi, continueremo sulla strada intrapresa, dialogheremo ogni mese e daremo il nostro contributo per portare in libreria qualche lettore in più. E seguiteremo a leggere: per “legittima difesa” (Woody Allen) e per “sognare per mano altrui” (Fernando Pessoa).

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