Elias Canetti, Il libro contro la morte

di Francesco Roat

Non omnis moriar, non morirò del tutto, scriveva il poeta latino Orazio riferendosi al fatto che almeno le proprie opere, dopo l’inevitabile scomparsa fisica, sarebbero rimaste. Magra consolazione per chi ‒ come un altro grande, letterariamente parlando, quale Elias Canetti ‒ non riesce ad accettare l’idea che la morte sia la fatale conclusione di ogni vita. Per oltre una cinquantina d’anni, infatti, l’autore de La lingua salvata, Auto da fé, Massa e potere e tanti altri testi immortali prolungò la stesura davvero interminabile del libro a lui più caro, che tuttavia non fu mai concluso dal Nostro e che venne comunque pubblicato postumo nel 2014 dall’editore tedesco Hanser.

Quindi a partire dal 1942, in piena II guerra mondiale, e sino al 1994 (anno della sua scomparsa) Canetti prese costantemente/tenacemente appunti, stese centinaia di pagine, tra meditazioni e argomentazioni, cercando di comporre insomma i capitoli di quello che sarebbe dovuto diventare l’opera più significativa della propria vita, ossia Das Buch gegen den Tod, la cui traduzione letterale è giusto: Il libro contro la morte, titolo scelto per l’edizione adelphiana dall’ottima traduttrice Ada Vigliani. Testo eccentrico e peculiarissimo, che non è riducibile ad alcun genere, non essendo propriamente né saggio, né romanzo; né una vera e propria autobiografia (anche se molte pagine risultano autobiografiche); né una riflessione sociologico-filosofica. O meglio: Il libro contro la morte è al contempo narrazione, esposizione di profondi vissuti personali e collezione di aforismi eterogenei, che fanno di quest’opera un unicum senz’altro imparagonabile.

Essa non difetta inoltre di grande poeticità, tanto che potremmo chiamare senz’altro poetica la prosa che Canetti distilla in queste pagine. Un esempio di tale scrittura è la seguente osservazione/proposizione: “Solo nelle sue frasi sparse e contraddittorie l’uomo può recuperare se stesso, conseguire la propria integrità senza perdere ciò che più conta; può ripetersi, percepire il proprio respiro, conoscere le proprie mosse, fondare il proprio accento, provare le proprie maschere, temere le proprie verità, far evaporare le proprie menzogne finché non diventino verità, infuriarsi a morte e scomparire ringiovanito”.

Asistematico è comunque l’intento espressivo di Canetti in questa sua battaglia cartacea contro la morte e il morire. Un disegno che rifugge da teorizzazioni e schematismi interpretativi, pur se un j’accuse torna con insistenza nel libro: quello rivolto verso coloro i quali uccidono, considerati gli empi imperdonabili per antonomasia. Anzi tra le righe di moltissime pagine dell’opera possiamo cogliere lo stupore/scandalo per la morte inflitta dall’uomo ad un altro essere umano. Quasi gli innumerevoli/interminabili decessi ed eventi catastrofici naturali non riuscissero mai minimamente a vaccinarci contro il male peggiore: quello di aiutare la morte a mietere ulteriori vittime.

Tanatofobia e ossessione, potrebbero pensare molti rispetto a questo libro. Ma ciò è vero solo in minima parte o è ininfluente rispetto al valore dell’opera, che paradossalmente è sempre tesa a celebrare l’esistenza (“non so spiegarmi perché un acuto sentimento degli orrori di questa vita conviva in me con una passione sempre vigile per essa”); a sottolinearne l’umano, troppo umano istinto individuale a conservarla (“viviamo come se non avessimo nulla a che fare con la morte”). Altro leitmotiv del libro: l’insistenza sul valore emozionale e testimoniale della memoria: specie quella relativa alle persone scomparse, verso le quali Canetti nutre una pietas affettuosa e rispettosa; quasi la sua fosse una (l’unica possibile) religione domestica, che trasmuta il rammemorare i propri cari in una sorta di laica liturgia.

Davvero memorabili divengono dunque i ricordi dell’autore che si intrecciano alle considerazioni ‒ non sempre solo amare ‒ sull’exitus e sull’ineluttabilità del nostro venir meno. Allorquando la tensione si stempera e pare che la nemica per eccellenza, la morte, possa venire accettata con stoica fatalità. Come mi pare avvenga nella descrizione di una passeggiata estiva nel “meraviglioso” cimitero di Fluntern, a Zurigo, quando Canetti, pensando alla propria tomba, decide che essa sarà costituita solo da una semplice lapide recante scritto il suo nome, accanto a quello di Veza e di Hera (le due amate consorti). Così, nota lo scrittore riappacificato parlando di sé in terza persona: “colui che non avrebbe mai voluto morire adesso è felice per la vicinanza dei tre nomi, in questo luogo”.

Elias Canetti,

Il libro contro la morte

Adelphi, Milano 2017,

pp. 393, € 18,00

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