Fare buona Televisione e fare buon Giornalismo

In occasione dell’uscita del libro “Enzo Biagi. Lezioni di televisione” di Giandomenico Crapis, ricordiamo con Loris Mazzetti, il modo di fare televisione del grande giornalista che pretendeva che venisse data pari opportunità al politico, all’illustre, al personaggio famoso, come alla persona per la strada. Altre testimonianze su “Leggere:tutti”- rivista (numero di aprile)..

DI ORIETTA RAPPOLLI

Loris Mazzetti ed Enzo Biagi

Nel decimo anniversario della morte di Enzo Biagi, in occasione dell’uscita del libro “Enzo Biagi, Lezioni di televisione” di Giandomenico Crapis (edito da Rai Eri), abbiamo aperto sulle pagine di Leggere:tutti una riflessione sulla buona o cattiva Tv e sul Giornalismo televisivo, ricordando l’insegnamento di Enzo Biagi.

Ne abbiamo parlato con Roberto Zaccaria, già Presidente Rai di quegli anni, e qui proseguiamo in un dialogo franco con Loris Mazzetti, oggi alla Direzione editoriale per l’Offerta Informativa Rai.

Giornalista, con Biagi è stato capostruttura, coautore, regista, firma di tante memorabili trasmissioni.

Loris Mazzetti ed Enzo Biagi hanno lavorato più di quindici anni insieme.

“Ma soprattutto siamo stati molto amici.” ci tiene a sottolineare.

Nel fare Televisione, l’approccio nelle immagini sembra cambiato molto rispetto al ‘vecchio’ modo di fare Giornalismo, approfondimento.

“Intanto c’era grandissimo rispetto per gli intervistati. Enzo pretendeva che venisse data pari opportunità al politico, all’illustre, al personaggio famoso, come alla persona per la strada.

Detestava nei servizi del telegiornale quelle specie di inchieste fatte al mercato con il gelato sotto il naso. ‘A un politico non  lo faresti mai’ diceva.

Inoltre, non era un protagonista del video. È chiaro che quando facevamo Il fatto, le trasmissioni da studio, non mancava la sua presenza, ma quando andavamo in giro a realizzare gli speciali, facevamo delle grosse discussioni, perché voleva essere una voce fuori campo.

Io gli dicevo, per esempio, le persone devono capire che siamo in un luogo di guerra e che ci sei anche tu, che hai quasi ottanta anni, nessuno ci crede che sei sotto le bombe di Belgrado.”

Qual era il suo difetto?

“Penso la sua credibilità. Le persone gli credevano. La politica che volle colpirlo lo fece per questo.

Il pubblico di Enzo Biagi non era anziano, ma acculturato, e di giovani, ho girato mezzo mondo con lui, gli incontri negli aereporti non erano solo con persone di una certa età ma anche con i giovani, addirittua i bambini, forse per i suoi capelli bianchi. La piena popolarità gliel’ha data soprattutto ‘Il fatto’. Quando decisero di allontanare Biagi dalla televisione, fu fatto un sondaggio, il pubblico di centrosinistra lo voleva al 92% in onda, l’interessante era che anche il 70% del pubblico di centrodestra.”

Oggi la Televisione si è fatta liquida, di forte impatto, di suggestione. L’Informazione non si riconosce più facilmente, diluita, disseminata, inoculata.

“Ha di fronte uno che è un pochino ‘responsabile’ di quella degenerazione di cui lei sta parlando, mescolare il sacro col profano. E’ una cosa che ho imparato dal Biagi direttore di Epoca. Il concetto del rotocalco televisivo, fai la cronaca rosa, nera, fai la cultura, la politica, la scienza, le arti. Però ho imparato da lui una cosa: che non bisogna mescolare i generi, ad esempio il comico non deve entrare sul politico e viceversa.

Io ho riportato in televisione Fabio Fazio e se c’è una trasmissione dove i generi si sono mescolati è proprio Che tempo che fa. Ma si volta pagina, ad esempio Luciana Littizzetto, non entra nell’intervista al Presidente del Consiglio. Il rischio è di perdere credibilità.”

Questa però è alta Televisione, raffinata, seppur popolare.

“Il genere si è saturato, anche perché gli autori non la  pensano come la pensava Biagi. Oggi gli autori corrono dietro al grande nome e personaggio e non alla grande storia, rincorrono l’ascolto, sono convinti che nasca  esclusivamente dal volto noto, ma la Tv non è così.

La persona a casa non vuole solo quello. Il telespettatore ha bisogno di confrontarsi, di identificarsi.”

Ho chiesto di recente ad Angelo Guglielmi, storico e innovativo direttore di Rai Tre, dell’abuso di cronaca nera in Tv e mi ha risposto “anzi, ce ne vuole di più, perché funziona.”

“Non sono molto d’accordo con l’affermazione del caro amico e grande maestro Guglielmi, credo sia finito il tempo della Tv che fa quello che il telespettatore desidera. Io credo ci sia necessità di educarlo un pochino, guidarlo alla visione.”

Guglielmi sosteneva che la Cultura non è una cosa, ma un modo di fare. Non crede anche lei che la cultura frontale in Televisione non sia quella giusta, mentre è molto più interessante e viva se pervasiva, distillata?

“Certo. Soprattutto la Tv ha il dovere di essere ricerca del nuovo, è facile intervistare in prima serata Camilleri, il grande autore, molto più difficile scoprire dei giovani Saviano come invece fece Biagi. La sua prima grande intervista televisiva fu con Enzo. Da lì cambiò la sua storia.”

Il problema è anche generale, autorale, non solo giornalistico.

“Quello che lei dice è molto giusto. Il rischio di certe trasmissioni è la ripetitività degli ospiti.”

C’è una saturazione. Sì restringe sempre di più il piccolo nugolo di personaggi che ruotano da una trasmissione all’altra.

“Infatti. C’è stato un periodo in cui io stesso sono stato molto di fronte alla telecamera, intervistato in telegiornali, per difendere il nostro lavoro soprattutto dopo l’editto bulgaro. Quando tutto è finito mi sono messo da parte, ho rifiutato di stare in quella compagnia di giro nei talk show, che  quando hanno  bisogno di alzare gli ascolti chiamano un ospite come Sgarbi.”

Un prodotto dello stile di Fazio, sembra essere l’unico, la Televisione andare in un altro senso. Lei cosa spererebbe?

“Io penso che il genere che  connota il Servizio Pubblico è l’informazione, lo dico perché oggi sono in Direzione editoriale dentro l’azienda, e sono un po’ lontano dal lavoro che facevo prima di capostruttura della fucina di programmi.

La prima cosa da fare è una vera riforma nell’informazione, vanno cambiati i telegiornali, troppi generalisti, troppe fotocopie.”

È fallito un po’ il progetto che c’era, di unificare?

“L’azienda ne sta ancora discutendo. Oggi c’è un‘altra televisione, con il digitale e il satellite sono moltiplicati i canali, occorre tenere conto dell’offerta, e soprattutto, qui torniamo a Biagi, riportare le telecamere dove i fatti accadono. Basta parole, basta studio, basta con un pubblico falso che applaude a comando, anche noi l’abbiamo  utilizzato. Tornare nelle piazze, soprattutto dare dignità alle persone che partecipano come testimoni di un fatto. Sto parlando degli operai che sono in sciopero, di chi sta manifestando nella piazza. Nei talk il collegamento è utilizzato come si utlizza la coreografia. I metalmeccanici che stanno occupando la fabbrica vengono usati come se fossero ballerini di quarta fila, si dà loro la voce, gliela si toglie, trenta secondi per scandire un ritmo, per scandire dallo studio. Non per scandire un  contenuto. Questo andrebbe cambiato.”

Cosa pensa dell’intervista al parente dell’indagato, cui si chiede se ritiene colpevole o no ‘suo cugino’?

“Il dolore fa ascolto, non voglio essere profano, ma faccio un esempio fine a a se stesso: è l’effetto del gatto spiaccicato sulla strada, ci fa schifo ma lo guardiamo. Sei in autostrada, è giustificato che si formi la fila dalla parte dell’incidente, non dall’altra parte, ma tutti rallentano per la curiosità.”.

Non crede che ci sia una responsabilità? Accade, come per il tragico incidente della nave Costa Crociere, una sorta di macabro pellegrinaggio turistico sul luogo dove c’è tanta morte. È capitato con Avetrana.

“Anche con la casa di Cogne. Il problema è chi ci arriva prima. Non puoi non farlo, se no dicono che hai bucato. A proposito di Cogne, il sindaco chiese che i giornalisti non fossero presenti al funerale.

Noi ci facemmo una puntata de Il Fatto con cinque, sei direttori, e tutti dissero che non avrebbero portato le telecamere a Cogne. Il giorno dopo gli stessi erano in prima fila con i loro inviati, chi dall’alto della montagna, chi nascosto.”

Biagi cosa pensava di questo? Perché essere sul luogo era la sua filosofia.

“Diceva ‘le notizie vanno raccontate’, non puoi spegnere le telecamere, ma sempre con dignità e grande rispetto. Ma il rispetto anche di chi non vuole farsi intervistare, attenzione. Oggi l’intervista rubata con la telecamera nascosta è all’ordine del giorno.”

È un problema che riguarda anche il Diritto e l’Etica.

“Certo.”

 


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