Flavio Ermini: “Edeniche. Configurazioni del principio”

di Francesco Roat

Flavio Ermini torna all’espressività poetica con una sua nuova silloge, intitolata Edeniche. Configurazioni del principio (Moretti&Vitali), dove innanzitutto si esplora ciò che l’autore chiama il “darsi iniziale”: quell’età o stato aurorale che Anassimandro ebbe a chiamare apeiron, l’unità indefinita/indistinta che precede ogni molteplicità/singolarità. Ancora, Edeniche parla di quello che fu il tragico inizio della nostra separazione da ciò che taluni chiamano dio ed altri natura ovvero della fuoriuscita dall’eden da parte degli umani che ‒ grazie all’autocoscienza ‒ si ritrovano da sempre votati alla finitudine, al dolore e al non senso di un vivere fatalmente destinato alla morte (il Sein zum Tode heideggeriano), che appare loro odioso quando non assurdo.

Il primo verso del testo risulta già emblematico e riassuntivo di una precisa Weltanschauung, di una visione del mondo antimetafisica: “non ha fondamento né gravità l’antro dei cieli”. Gli umani infatti sono ormai consapevoli dell’impossibilità di trovare stelle fisse all’orizzonte grazie a cui dirigersi in modo sicuro nel proprio peregrinare. Come ebbe a chiarire Nietzsche non vi è fondamento (Grund) alcuno su cui edificare certezze indubitabili o verità assiomatiche. Sotto ogni suolo, in apparenza solido, si apre piuttosto un abisso (Abgrund), nel senso che la presunta oggettività non è che un atto interpretativo umano, troppo umano.

Eppure, dice bene Ermini, accade che non solo: “l’essere per la morte anela alla vita”, ma pure il fatto che egli ‒ oggi come ieri ‒ guardi all’universo: “con la segreta illusione di rivelarne la natura”. Antica e mai spenta hybris, tracotanza somma da parte dell’uomo, illuso di poter signoreggiare il mondo, di cogliere l’infinito quando suo destino è la finitezza. Così al termine di ogni parabola esistenziale, breve o lunga che sia, puntualmente: “dietro al cielo scompare senza un grido / la gloria mortale che di carne è fatta”. Ma non solo. Il poeta laico ‒ d’accordo con il vate Hölderlin ‒ avverte che da tempo gli dèi ci hanno abbandonati; per cui ormai: “il divino si dà soltanto a lampi e tuoni / quando a poco a poco stende sulle più innocenti prede / la rete avvolgente di un’opaca sostanza mortale / che diventa l’aula di un altro occultamento / nel restituire all’indistinto ogni singolo vivente”.

Ecco che, allora, è sempre più arduo “assentire” alla vita ‒ e lo stesso “moto apparente del sole” diviene cifra di ogni illusione, di ogni incapacità a far fronte al nostro destino segnato da un’ineludibile precarietà/caducità ‒ una volta ci si sia resi conto che Dio è morto (per dirla con l’autore di Così parlò Zarathustra); ovvero che l’essere umano non attende più salvezza, “impaurito com’è dal cielo preumano”, né soccorso da un padre celeste “il figlio che di fragile argilla è fatto”. Soltanto a “chi vive ignaro della fine” nella “terra della sera” (l’Abendland hölderliniano) è consentito: “d’incedere lieto verso il giardino”. Ma è una lietezza poco duratura, giacché comunque e: “implacabilmente il tempo ci aggredisce / in un devastante potere di annientamento”; contro il quale a ben poco valgono l’umana pietas e la religione sorta: “con l’atto fondativo dell’urna cineraria”.

L’amarezza di questa silloge sembra giungere al culmine con un’emblematica poesia che trovo opportuno citare per intero: “su questa terra malamente calpestata / nessun medicamento può essere apportato / alla devastazione che subiamo nascendo / per cui patisce ogni pena il vivente / a ogni bagliore che diventa incendio / in una confusa visione del reale / che ai morti induce a dare forma / tra impensate pluralità di frammenti”. Ma sarebbe troppo semplicistico stigmatizzare all’insegna di un pessimismo cosmico datato queste poesie che a mio avviso, se ribadiscono con veementi accenni la dolorosa fragilità umana, cercano altresì di alludere a quella che potrebbe esser chiamata la serena persistenza dell’essere ad onta della burrascosa transitorietà degli enti.

Quasi che Ermini volesse ‒ ma non in modo esplicito e razionalistico, semmai grazie alla pregnanza metaforico-immaginifica ed allusiva dei suoi icastici versi ‒ indicarci un modo per tornare ad abitare in altra modalità le configurazioni edeniche. Se non v’è soggetto, individuo che possa salvarsi da sé o tramite un tanto illusionistico quanto improbabile deus ex machina, il problema è aggredibile forse tramite una mutazione radicale di prospettiva, nel rendersi conto cioè che esso angoscia finché è presente l’attaccamento egoico alla vita e l’avversione al mutamento o al venir meno, specie se ritenuto aprioristicamente negativo.

Cercherò di spiegarmi meglio rammentando la celeberrima conclusione dell’ultima delle dieci elegie duinesi di Rilke, dove il grande poeta di lingua tedesca suggerisce: “Ma se risvegliassero, i morti senza fine, una metafora in noi, / vedi, forse indicherebbero gli amenti degli spogli / noccioli, penduli, oppure / accennerebbero alla pioggia, che cade sulla terra scura in primavera. – // E noi, che pensiamo a una felicità in ascesa, / avvertiremmo la commozione, / che quasi ci sconcerta, / quando qualcosa di felice cade”.

Rendersi conto che l’idea di sperimentare gioia o realizzazione solo come ascesa, crescita, irresistibile scalata verso l’alto sia condizionamento indotto dall’acquiescenza acritica verso sedimentati modelli interpretativi culturali potrebbe infatti suscitare in noi una catartica commozione e/o stupefazione nell’accorgerci che invece vi può essere una cosa che è felice giusto quando cade, declina e sa serenamente venir meno.

Flavio Ermini

Edeniche. Configurazioni del principio. Poesie 2010-2019,

Moretti&Vitali,2019,

pp. 144, euro 14,00

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