Frank Iodice “I disinnamorati”

Frank Iodice è uno scrittore di origini napoletane che vive tra la Francia e gli Stati Uniti da circa vent’anni. Autore molto prolifico, ha pubblicato romanzi e racconti che sono stati tradotti in inglese, francese, spagnolo e portoghese. Tra le sue opere si menzionano: “Anne et Anne” (2003), “Acropolis” (2012), “Gli appunti necessari” (2013), “Le api di ghiaccio” (2014) e “La meccanica dei sentimenti” (2018). “I disinnamorati” (prima edizione in francese presso Le Lys Bleu éditions, 2018) è stato tradotto e pubblicato nel 2019 in Italia dalla casa editrice Eretica Edizioni.

 

«Ci presenti il tuo romanzo I disinnamorati?».

I disinnamorati è la storia di come sarebbe facile amare e lasciarsi amare. Talmente facile che nessuno ci riesce. Amare è come fare un gelato. Se lo guardi dall’altra parte del vetro, ti sembra un gioco da ragazzi. Ma prova a passare al di là del bancone! (Io ci ho provato una volta, mi ero messo in testa di aprire una gelateria, a Wiesbaden, in Germania). Vedrai che la prima volta ti si rompe il cono, la seconda ti casca la crema. E se passa un bambino, in quel momento, tu che fai? Bestemmi nel tuo dialetto e butti tutto nell’immondizia, o dici di averlo fatto apposta e te la spalmi sulle mani fingendo che sia crema di bellezza? Perché l’amore e il disamore si palesano sempre come un bambino davanti al tuo bancone mentre ti stai spiattellando pistacchio e stracciatella dappertutto.

 

«Nell’opera I disinnamorati si parla di incomunicabilità nei rapporti umani. La storia di Antonino e Anisetta è l’esempio di come si inneschi nella vita di coppia il meccanismo del disamore, e di come a volte non si abbiano armi abbastanza potenti per contrastarlo. Anisetta riesce a elaborare il lutto per la perdita di Antonino ancor prima di chiudere la relazione, grazie alla tesi che sta scrivendo proprio sul disinnamoramento, che le permette di analizzare la sua situazione con lucidità. Antonino, al contrario, è perso in un gorgo di emozioni contrastanti, combattuto tra il bisogno di solitudine e la paura del silenzio. Perché hai deciso di scrivere un romanzo sul disinnamoramento, e cosa ha ispirato le tue riflessioni?».

Il dottor Fontaine, che appare in altri miei romanzi, afferma che per una coppia solida occorrono tre elementi: passione, intimità e progettualità. Anisetta è dapprima travolta dalla passione, la sua voce dalla doccia diventa una melodia irresistibile per Antonino, un richiamo quasi animale. Poi però soffre quando lui di notte non riesce ad abbracciarla e si addormenta con le braccia incrociate sul petto mentre studia la forma bizzarra del soffitto. E infine, si chiede qual è il loro progetto di coppia, dove la sta trascinando quest’uomo che rischia di farsi ammazzare tutti i giorni e sembra persino che non gliene importi nulla. Nell’altra metà del letto, un letto “trovato per strada”, Antonino Bellofiore è cosciente del male che le sta facendo, ma non riesce a smettere di soffrire e far soffrire. Il mio compito è stato quello di analizzare le ragioni, scavare nel suo passato tormentato, nella sua tragedia familiare, i suoi abbandoni, gli elementi scatenanti che distinguono la sua storia da quella di Anisetta. Lei sa ciò che vuole. Lo sa perché ha saldi punti di riferimento: la sua famiglia, in Italia, gli studi di psicologia, quasi giunti al termine, una carriera ineccepibile. Eppure, anche lei vive forti contrasti nella sua dimensione personale. Quando comprende di essere in una posizione di vantaggio rispetto al suo compagno, ha la sensazione che la fine di questa fase della sua vita sia come la fine di un film: dopo i titoli di coda, lo schermo diventa nero e non c’è più nulla. Io sono stato a lungo un disinnamorato. Ricordo questa sensazione di vuoto al centro del letto, tra me e lei. Sembrava che ci fossero chilometri di distanza. Quando chiudevo gli occhi e fissavo il vuoto sulla mia testa, come fa Antonino, sembrava che mi mancasse il respiro. Ecco, è questa la sensazione da cui è nato il romanzo.

 

«Antonino Bellofiore è un personaggio estremamente complesso, un antieroe quotidiano che si tortura con domande a cui non sa dare risposte. Un protagonista intenso, dilaniato da una furibonda lotta interiore. Ma se da una parte egli sembra vivere per inerzia, schiacciato dal peso dei suoi demoni: “il futuro per Antonino Bellofiore è soltanto riscatto del passato”, dall’altra riesce a stupire con le sue strane e leggere passioni, come la sua abitudine di rubare accendini per poter poi cogliere la sorpresa negli occhi di chi ritrova il proprio bene scomparso tra le sue mani. Chi è davvero Antonino Bellofiore?».

Quando ruba un accendino, non è l’accendino che sta rubando in realtà, ma lo stupore nel viso di chi scopre che è il suo. Per Bellofiore è come uno scherzo. Lui gioca con la vita come con i calzini, sempre spaiati, o le strade su cui sopravvive per puro miracolo, girando il volante quasi a caso, pensando a chissà cosa, forse a quando guidava la sua Ducati, da ragazzo. Le sue contraddizioni mi fanno pensare a quegli uomini severi con se stessi, che hanno ancora qualcosa in sospeso con il passato e un giorno si arrendono alla loro umanità e tornano finalmente bambini.

Una volta ho visto lo zio con cui sono cresciuto, una specie di mito per me, piangere come un bambino per la morte di mio nonno, suo padre. “Non mi ha mai preso in braccio”, diceva. È stato il momento in cui ho capito che nessuno basta a se stesso. Siamo tutti la metà sospesa di qualcun altro, “angeli con un’ala soltanto”, direbbe De Crescenzo se fosse ancora qui. E se questo qualcuno appartiene al nostro passato, allora la situazione si complica un po’. Mi sono chiesto spesso se un pianto del genere potesse guarire Bellofiore dalla sua incapacità di amare. In fondo, non si vergogna di mostrarsi bambino, di dare del Tu a tutti e mancare di rispetto a qualsiasi istituzione. Ma il suo percorso è un altro, più doloroso e più coraggioso forse.

 

«Dal tuo romanzo: “Quanti uomini soli davanti agli specchi ci sono al mondo in questo momento?”. È una frase che si ripete Antonino davanti allo specchio, una “entità” a cui spesso si rivolge per sfogarsi. Che ritratto particolare della solitudine dipingi nella tua opera?».

Antonino dialoga con la sua solitudine, dà del Tu anche a lei, ogni volta che rimane da solo in quel bagno. Un bagno strettissimo, in cui arriva una luce filtrata dalla tenda della doccia. Non è la luce reale, non ha a che fare con la realtà. Si tratta di una dimensione unica, nella quale lo specchio può rispondergli. Ma lo specchio ha la sua bocca in fondo e le risposte che dà sono quelle che lui stesso si darebbe. Non c’è via d’uscita, è un circolo dal quale potrebbe salvarsi soltanto amando Anisetta, cambiando lavoro forse o almeno cambiando il modo in cui vive il suo lavoro. Ma ancora una volta, sembra che in questa ricerca quasi masochistica di felicità, non sia la felicità il suo obiettivo. Forse perché abbiamo tutti paura di essere felici. Questa è una ricerca che ho iniziato in altri miei lavori e che Bellofiore ha continuato per me. Continuato in maniera disastrosa perché mi ha sbattuto in faccia la bidimensionalità di quel bagno: da un lato una porta vuota, dalla quale la voce di Anisetta sembra sempre più lontana, e dall’altro una finestra nascosta da una tenda di plastica che altera quasi platonicamente il vero colore delle cose.

 

«Dalla tua biografia: “leggevo le storie degli altri perché non mi piaceva la mia, con l’innocente illusione di poterne fuggire”. Racconti con grande passione del tuo amore incondizionato che fin da piccolo ti ha legato alla lettura. Quali sono le opere e gli autori che hanno influenzato il tuo percorso umano e professionale?».

Mio padre, molto pragmatico nella sua maniera di tirarci su, diceva sempre: “l’acqua è bassa e la papera non galleggia”. Da bambino ho capito che la povertà per noi non dipendeva da quel misero stipendio che lui e mia madre pure ricevevano, ma da qualcosa di più profondo e ancestrale, che perseguitava noi e chiunque volesse sfuggire alle regole del sistema, perché il sistema avrebbe sempre avuto la meglio. È stato allora che mi sono rifugiato nella letteratura. I libri sono stati la mia salvezza. Per un bambino che amava leggere, c’erano due alternative: venire escluso dai giochi del quartiere, perché con quei volumi in francese e spagnolo sotto il braccio e il mio maglione ricamato dalla nonna nessuno mi faceva giocare neanche in porta, oppure dimenticarmi dei miei mondi immaginari e inseguire il pallone insieme agli altri imprecando in dialetto. Qualche volta ci ho provato, ma se ne accorgevano tutti che lo facevo apposta e non vedevo l’ora di andare a “buttarmi davanti alla libreria”. A Salerno c’era un libraio, un amico di mio padre, che mi metteva da parte i resi e quando poteva me li regalava. Altri me li procuravo a Resina, in quell’immenso mercato in cui mi perdevo per intere mattinate. Mi andava bene qualsiasi autore in qualsiasi lingua. È stata anche la maniera in cui mi sono appassionato allo studio delle lingue straniere, prima ancora di studiarle a scuola. Leggevo Jack London, Jean-Claude Izzo, poi i grandi sudamericani, Borges, Casares, Arlt, Bolaño, persino Horacio Quiroga, che il buon De’ Spelladi stentava a credere adatto a un ragazzino. “Questa è roba che fa paura”, diceva. Ora la sua libreria non esiste più. Dopo la sua morte, l’ha gestita il figlio, ma nel 2018 ha dovuto chiudere sotto la pressione delle catene. Ricordo ancora il rumore che faceva la porta quando si incastrava sul pavimento e mio padre che la spingeva con decisione facendomi l’occhiolino. Queste sono le cose che mi mancano quando ripenso all’Italia.

 

«Sei un uomo libero, cittadino del mondo. Come ha influito il tuo cosmopolitismo sul tuo stile di scrittura e sulle tematiche che hai affrontato nei tuoi numerosi romanzi?».

Sono nato da una famiglia di emigranti. Mio nonno era soprannominato lo scopritore d’America. È partito per il Venezuela nel dopoguerra, ha attraversato l’oceano 20 volte, a bordo di navi militari adattate per accogliere passeggeri, come si faceva allora. Mia madre è nata e cresciuta lì, fino all’età di 15 anni, poi sono rientrati tutti in Italia. Seguendo l’esempio del nonno e ascoltando i suoi racconti, noi nipoti siamo cresciuti col desiderio di “scoprire”, come diceva lui. Appena ho potuto sono partito anch’io, dapprima per lunghi periodi durante le vacanze scolastiche e poi definitivamente ai tempi dell’università. Da allora sono tornato in Italia sempre più di rado. La ragione è difficile da spiegare. Vivere lontano dal tuo paese è come vivere lontano dalla persona che ami. Per un po’ provi a sentirti via Skype, puoi farci pure l’amore via Skype, ma dopo diventa triste, sempre più angosciante, fino a quando decidi di vivere la lontananza conservando solo i ricordi belli e non sporcarli con lo strazio di quelle lunghe telefonate. Le conseguenze di questo vuoto che mi porto dentro si vedono tutte nei miei romanzi. I miei personaggi presentano una stessa caratteristica: l’incapacità di essere felici. E questa incapacità è dovuta all’assenza di una parte di sé. Per anni mi sono chiesto cosa fosse, poi ho capito che si trattava delle radici. Nei miei libri non faccio altro che cercare di ricostruire le mie radici.

 

«So che dal 2014 stai compiendo un’attività itinerante nelle scuole italiane, francesi e statunitensi diffondendo più di 10.000 copie gratuite del Breve dialogo sulla felicità, l’intervista romanzata al politico uruguaiano Pepe Mujica. Ci racconti di questo interessante progetto?».

Si tratta di un’intervista romanzata che ho scritto in spagnolo e pubblicato nella rivista della Biblioteca Nazionale, a Montevideo, nell’aprile del 2014. Dopo aver ascoltato i discorsi di Mujica, ho deciso di partire per incontrarlo. Non credevo alle mie orecchie: un politico che parla di felicità e sprona i cittadini a lavorare meno per approfittare del proprio tempo libero. Dopo averlo incontrato e dopo aver vissuto per diversi mesi nei cantegriles, sono stato in grado di scrivere questo racconto nel modo in cui volevo scriverlo: raccontando il vero. Una volta rientrato a Nizza, l’ho tradotto in italiano, ho fatto stampare le prime mille copie a mie spese e le ho regalate ai bambini e i ragazzi davanti alle scuole della città, dovunque ci fossero studenti di lingua italiana. Successivamente, mi hanno invitato in molte scuole anche in Italia e fin quando ho potuto, ho girato e continuato a regalare il Breve dialogo a tutti i giovani che incontravo. E infine, negli ultimi anni, dopo aver adottato uno dei miei libri in un programma, mi hanno proposto di ritornare negli Stati Uniti e raggiungere il dipartimento di Italian Studies presso la Florida State University, dove ho avuto l’opportunità di insegnare lingua italiana e allo stesso tempo studiare arte e cultura. Con la collaborazione di due professoresse, Irene Zanini Cordi e Lysa Wakamiya, è nata anche la versione in inglese. Ho tenuto conferenze e regalato migliaia di copie presso varie università e scuole statunitensi, fino in Georgia, presso l’Augusta University, dove sono stato invitato più volte dalla professoressa Giada Biasetti. Questa è una piccola parte della storia. Il Breve dialogo è stato ristampato spesso ed è arrivato davvero in tanti posti. Ciò è stato possibile grazie all’entusiasmo delle persone che ho incontrato, insegnanti, docenti universitari, librai con le palle, studenti curiosi. Una grossa mano mi è stata tesa da un gruppo di amici che costituisce l’associazione culturale con cui collaboro, Articoli Liberi. Grazie a loro, ho scoperto i favolosi vantaggi di “scaricare l’iva” e non pagare più le stampe di tasca mia. Il Breve dialogo è il mio progetto più importante, se consideriamo il ruolo sociale di un autore. Continuerò a offrire questo piccolo “atto d’amore” perché sono convinto che ne abbiamo tutti bisogno. In una società ossessionata da scambi di ogni sorta, mentre si regalano tablet nelle scuole distruggendo i neuroni dei bambini, io mi sono chiesto se la cosa più naturale da fare non fosse invece regalare libri.

Antonella Quaglia

 

Titolo: I disinnamorati

Autore: Frank Iodice

Genere: Narrativa contemporanea

Casa Editrice: Eretica Edizioni

Pagine: 204

Prezzo: 15,00

Codice ISBN: 978-8833440972

 

 

Contatti

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