Guido Nicheli, una vita da cumenda

 

di Gordiano Lupi

Sandro Paté mi sorprende, ché mica è facile scrivere 250 pagine sul Dogui, meglio noto come Guido Nicheli, un po’ come Ezio Cardarelli mi aveva strabiliato con un libro dedicato a Bombolo e lo farà ancora con la prossima uscita su Mario Brega. Ho assistito a una fantastica presentazione – purtroppo poco frequentata – al Buk Festival di Modena, dove Paté alternava ricordi del Dogui a brani musicali che un collega di scena regalava alla platea – da Barbera e Champagne a La canzone intelligente – accompagnandosi con la chitarra. Sì, perché raccontare la vita del Dogui è fare la storia del Derby, cabaret milanese frequentato dal bel mondo, da criminali romantici anni Sessanta, veri artisti come Gaber e Jannacci, presunti comici e tentativi di intrattenitori. Il Derby ha partorito il Drive In televisivo del geniale Ricci, che metteva in scena comici del valore di Beruschi, Porcaro, Abatantuono, D’Angelo, Faletti, Greggio e lo stesso Nicheli, in piccole parti da caratterista. Il Derby ha fatto nascere film straordinari e strampalati come Saxofone, opera prima di Renato Pozzetto regista, recitato con la grandissima Mariangela Melato, su sceneggiatura – e musica – di Enzo Jannacci e Beppe Viola. Bravo Paté che mi ricorda – e in certi casi mi fa scoprire – un sacco di cose che non dovrebbero essere dimenticate, nonostante abbia diciassette anni meno di me, dimostra di conosce l’arte d’indagare sul passato meglio di chi quel tempo l’ha vissuto. See you later – il titolo deriva da un modo di dire tipico del Dogui – è un libro fatto d’interviste, introdotto da una nota critica di Gianni Canova e da una prefazione amichevole di Jerry Calà. Colloquio dopo colloquio nasce la biografia d’un caratterista, attore per caso, rappresentate di liquori e odontotecnico per professione, viveur impenitente, viaggiatore e sciupafemmine, conquistatore incallito, inventore d’un gergo milanese che si respirava nell’aria ma che lui rendeva cinematografico. E così scopriamo che certi copioni dei Vanzina  prevedevano battute che il Dogui trasformava con la sua sensibilità da uomo della notte, da finto cumenda frequentatore del Derby. Nicheli avrebbe potuto fare di più nel mondo dello spettacolo, ma era lui stesso consapevole dei propri limiti, ché un giorno – durante la registrazione di una puntata de I ragazzi della terza C – quando gli affidarono una parte più lunga del solito, sbottò: “Ragazzi, per chi mi avete preso? Non son mica Gassman!”. No che non era Gassman, ma era pur sempre uno che faceva scattare la libidine con un Taaac! E portava al polso un tic di polenta (per i non addetti ai lavori, un orologio d’oro) da vero cumenda spiantato. Quanta nostalgia nel leggere queste pagine, per me che quel tempo l’ho vissuto, quanto rimpianto per quelle sale dove si respirava cinema vero e commedia ruspante, per quei programmi televisivi fatti col cuore. Finisce che si ricercano spezzoni di celluloide che contengono vecchie sensazioni, si rivedono quei film, si riguardano sequenze de Il padrone e l’operaio per scoprire un Teocoli capellone e un Renato biondo, con un Nicheli defilato, nel suo primo ruolo, addirittura doppiato (un crimine … aveva una gran voce!). Ma non trovi comunque il sapore del tempo perduto, pure se lo cerchi in Montecarlo Gran Casinò, in Panarea, in Cucciolo, in Vacanze di Natale, nell’insolito Anche i commercialisti hanno un’anima. La notte milanese rimpiange il Dogui mentre il cinema del passato ha partorito incertezze e anonime commedie. Non resta che guardare Vita smeralda, accorgersi che il Dogui fa la parodia di se stesso, piangere sul tempo perduto, sugli anni che non tornano, sulle troppe cose che non hanno il sapore d’un tempo ma conservano un gusto amaro, un sapore di rimpianto.

Sandro Paté
See you later
Guido Nicheli, una vita da cumenda
Sagoma Editore

pp. 250 Euro 17,00

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