Il cinema d’autore di Tomas Milian

di Gordiano Lupi

Il saggio di Ticozzi va decisamente controcorrente, perché in Italia tutti ricordano Tomas Milian come interprete di pellicole di genere, sboccate e sopra le righe, violente e farsesche, che riempivano le sale e mandavano in delirio folle di ragazzini. Se dici Tomas Milian, ti viene a mente Er Monnezza, chi va al cinema per vedere i film, disinteressato dalle palle dei critici fa pure confusione tra il delinquente dei primi noir e il poliziotto trucido dei successivi, che si chiama Nico Giraldi. Ma in definitiva ha ragione Ticozzi, ché Tomas Milian era un attore vero, aveva fatto l’Actors Studio e seguiva il metodo Stanislavskij. Immedesimazione totale nel ruolo, ladro di identità – come dice Giorgio Navarro nella brillante introduzione – ché Tomas non recitava (che brutta parola!), ma viveva il personaggio. Lui che veniva da Cuba ed era figlio di ricchi borghesi, di un generale che scelse il suicidio quando seppe del trionfo rivoluzionario, riusciva a immedesimarsi in un partigiano, in un comunista, in un drogato, in un uomo alla deriva, in un interprete di caratteri controversi. Fa bene Ticozzi a ricordarci in un saggio snello e agile di sole 50 pagine che Tomas Milian ha recitato per Antonioni, Visconti, Maselli, Puccini, Bertolucci … per poi finire la carriera in America con Stone e Soderbergh. Peccato che non dica niente di alcuni film interessanti come The Lost City – scritto niente meno che da Cabrera Infante e diretto da Andy Garcia – e The Arturo Sandoval Story (dignitosa opera televisiva che racconta Cuba), neppure de La fiesta del chivo che narra le gesta poco eroiche del dittatore dominicano Trujillo. In compenso ci racconta un film che forse non vedremo mai, per il quale Tomas era tornato in Italia, quel Roma nuda di Giuseppe Ferrara, bloccato da problemi distributivi. Identificazione di un attore è un buon lavoro, in definitiva, un saggio utile, anche se quando penso a Tomas Milian mi ricordo il faccione lunare di Bombolo e gli schiaffoni che si prendeva, rammento la quantità industriale di pellicole viste da ragazzetto in un cinema di seconda visione della mia città. Ho scoperto Tomas Milian proprio sulle scomode panche di legno del Cinema Teatro Sempione di Piombino, adesso scomparso per far posto al progresso. Dal 1968 al 1972 Tomas Milian era alle prese con lo spaghetti-western e io ero un bambino di otto – dodici anni che la domenica andava al Sempione per mano alla nonna, grande divoratrice di cinema. Tomas Milian ha accompagnato la mia giovinezza pure negli anni che è passato al poliziottesco duro e violento. Tutti film che mi sono visto in prima visione al cinema principale che ancora resiste e si chiama Metropolitan. Ero ancora più grande, studente di liceo, quindi universitario, quando andavo a vedere Nico Giraldi e Venticello e mi sganasciavo dalle risate seguendo trame improbabili e dialoghi al limite del turpiloquio. C’è stato un lungo periodo che me lo sono perso Tomas Milian, tutti dicevano che se n’era andato negli States, che non voleva più saperne di quel personaggio da trucido. E forse aveva anche ragione, ché lui sapeva recitare, mica poteva fare il Monnezza e Giraldi per tutta la vita. Alessandro Ticozzi scrive del Tomas Milian migliore, quello del cinema d’autore, dei film impegnati. Ricordo una bella definizione coniata da Enzo G. Castellari durante un’intervista: “Quando ti rompi un po’ le palle, quello è cinema d’autore”. Un po’ troppo esplicito il maestro Castellari e con il gusto della battuta, ma in fondo mica ci era andato così lontano …

 

 

Alessandro Ticozzi
Identificazione di un attore
Il cinema d’autore di Tomas Milian
SENSOINVERSO EDIZIONI, 2018
Euro 8,00 – pag. 50

 

 

 

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