Il gelsomino e la pozzanghera

di Francesco Roat

La Casa Editrice Le Lettere ha recentemente pubblicato un’antologia di scritti di Etty Hillesum riassunti sotto il titolo de: Il gelsomino e la pozzanghera. Ma temo non molti lettori sappiano quale sia stata la sua testimonianza intorno a uno fra i periodi più bui di tutto il Novecento. Intendo parlare dell’Olocausto: della persecuzione nazista antisemita a cui la giovane donna – pur potendolo – non volle sottrarsi per condividere fino in fondo, assieme ad altri milioni di ebrei, il tragico destino del proprio popolo attraverso una scelta esemplare, purtroppo oggi ancora poco nota persino nel suo Paese natale, l’Olanda, dove durante l’occupazione tedesca la giovane decise di recarsi volontariamente quale assistente sociale nel campo di concentramento di Westerbork, da cui verrà poi trasferita ad Auschwitz, per morirvi nel 1943.

Ettj Hillesum non fu comunque una vittima passiva del tentato genocidio nazista. In primo luogo per averci tramandato attraverso le sue Lettere ed il suo Diario una delle cronache in presa diretta più toccanti sull’universo concentrazionario; inoltre avendo saputo testimoniare valori quali solidarietà, rispetto ed empatia in un inferno, quello del lager, dove ogni speranza nell’uomo pareva bandita. La Hillesum, infatti, a Westerbork non cessa mai di essere soccorrevole con tutti, anche nei momenti più drammatici, come alla vigilia delle partenze settimanali dei vagoni blindati per Auschwitz. Le sue armi contro la barbarie razzista sono virtù quali la compassione: letteralmente quel soffrire insieme grazie a cui Ettj dà ricetto nel proprio cuore al dolore altrui; la semplicità: rivolta a cogliere ciò che vi è di genuino ed essenziale nei rapporti; infine l’indignazione: che non è odio distruttivo nemmeno per i carnefici, ma una ripulsa attiva fatta di un impegno quotidiano a combattere ingiustizia e violenza.

Attenzione però a non trasformare questa coraggiosa testimone dell’Olocausto in una specie di santa ebrea o di mistica, nonostante la sua profonda spiritualità, benché aconfessionale. Quasi non fosse bastata nel dopoguerra la polemica tra ebrei e cristiani per contendersi l’eredità della sua filosofia di vita. Ettj Hillesum è stata semmai una donna tenacemente libertaria, anticonformista e per nulla incline a qualsivoglia forma di dogmatismo. Lo testimonia il suo Diario, dal quale emerge un autoritratto di giovane intellettuale inquieta alla ricerca della propria e dell’altrui autenticità; dedita a un costante scavo introspettivo analitico ma anche sempre disponibile ad aiutare la gente, specie una volta varcati i cancelli di Westerbork. Una donna la cui breve parabola esistenziale si presenta all’insegna più dei paradossi che delle coerenze. Una giovane gioiosa e sensibile, che vive intense relazioni erotiche ma insieme si apre a un colloquio familiare con Dio.

Un’aspirante scrittrice proveniente da un ambiente laico, che non professa alcuna fede religiosa ma testimonierà sino alla morte il suo status di ebrea. Ancora: la Hillesum nel lager è tutta dedita al prossimo sofferente, ritirandosi però sempre più spesso in silenziose meditazioni e soprattutto nella scrittura. Perché questa è la segreta ambizione di Ettj: riuscire a diventare una scrittrice; trovare le parole per dire l’indicibile della disumanità d’un lager nazista e al contempo per esprimere il suo meravigliato stupore rispetto a tutto quanto ciò che di bello esiste al mondo.

Una scrittura che è allo stesso tempo testimonianza, j’accuse, e invito a non smarrire mai la memoria individuale e collettiva proprio quando molti deportati, per sfuggire all’angoscia, tentavano ossessivamente di rimuovere finanche l’idea d’essere in un lager, finendo per illudersi sul proprio destino, come fecero gli stessi genitori di Ettj, convinti sino all’ultimo di poter scampare ad Auschwitz. Comunque ritengo che solo per i posteri sia davvero imperdonabile scordare/negare l’Olocausto (e Primo Levi l’ha ben stigmatizzato); si pensi solo a quanti, dopo la fine della II guerra mondiale, hanno osato sostenere che i campi di sterminio non erano tali o a quanto si basi anche sulla misconoscenza del passato l’adesione a movimenti neonazisti da parte di molti giovani tedeschi.

Certo, pure la Hillesum ha talvolta la sensazione di soccombere all’orrore. La sorregge il senso di responsabilità. Poiché – insegna Lévinas – l’individuo non è responsabile appena delle proprie azioni, ma di tutto ciò nel quale è coinvolto. Rimane aperto l’interrogativo su come Ettj sia riuscita a non perdere il suo entusiasmo per la vita e soprattutto la sua fiducia negli uomini. Qui senza dubbio entra in gioco la sua eccentrica dimensione/concezione spirituale all’insegna dell’amore verso tutto e tutti. Una religiosità – analoga a quella espressa da Hans Jonas e dalla cosiddetta teologia del dopo Auschwitz – che, nel non riconoscere più l’onnipotenza di Dio, coglie giusto nella debolezza divina la sua più significativa peculiarità. Così, alla pari dei deportati ebrei, per la Hillesum anche Dio va aiutato serbandolo nel proprio cuore: affinché pietà, morale e bontà non abbiano a scomparire dall’umano orizzonte.

Gran parte delle Lettere di Ettj furono scritte nel campo di Westebork. Esse ci consentono di seguire il destino di questa testimone dello sterminio fino agli ultimi giorni; fino a quella cartolina postale, gettata fuori dal treno per Auschwitz, con il suo intrepido messaggio: ‟Abbiamo lasciato il campo cantando”.

Etty Hillesum,

Il gelsomino e la pozzanghera,

a cura di B. Iacopini,

Le Lettere, Firenze 2018,

pp. 170, euro 14,00.

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