Storia del libro in Occidente

di Alessandra Sofisti
Nato il 27 agosto 1952  a Chatou, da non confondere con l’omonimo uomo politico socialista nato il  30 agosto del  1960 a Audincourt, e’ archivista, paleografo, docente nei più prestigiosi atenei francesi, direttore di ricerca presso il Centre National de la Recherche Scientifique (CNRS) e l’Ecole Pratique des Hautes Etudes.  Si è diplomato all’ École Nationale des Chartes ed  è stato conservatore della Biblioteca Municipale di Valencienne. Autore di numerosi libri, fa parte  della redazione della “Revue Française d’Histoire du Livre” ed è direttore responsabile della rivista internazionale “Histoire et Civilisation du Livre.”  Il corposo volume Storia del libro in Occidente di quasi 500 pagine,  pubblicato dalla casa editrice Dedalo,  dedicato a Henry-Jean  Martin (Parigi, 1924-2007), storico francese, specialista di storia del libro e dell’editoria è composto da: prefazione all’edizione italiana, introduzione, quindici capitoli, epilogo, bibliografia, glossario e  indice dei nomi. L’obiettivo dell’autore è presentare la storia dell’evoluzione di qualunque oggetto stampato o manoscritto, a prescindere dalla sua natura, dalla sua importanza e dalla sua periodicità,  nella sua funzione principale di mezzo di comunicazione sociale. Il volume inizia con la storia  del manoscritto nell’Antichità. Nel III, IV secolo a.C. si interruppe in Occidente la via mediterranea del papiro, supporto scrittorio principale, che continuerà ad essere occasionalmente usato almeno sino al V secolo per i libri e fino al 1200 per i diplomi e per alcuni manoscritti liturgici. Nel mondo greco e romano furono i segretari a redarre i testi in brutta copia, spesso su tavolette di terracotta o di legno cosparse di cera o su un foglietto di papiro o pergamena, per poi trascrivere in bella copia il testo su una schedula (foglio). Presto nacque il procedimento stenografico: le famose note tironiane (da Tirone, liberto di Cicerone). A volte, a causa delle numerose trascrizioni, il testo originale è alterato. La scrittura su una sola facciata del rotolo si sviluppò dapprima su lunghe righe nel senso della larghezza, successivamete in colonne. Il ‘rotulus’ lo si teneva in verticale. La disposizione in colonne implicava che il testo fosse organizzato in pagine (insieme delle tre colonne). Il verso cambia in funzione della grafia: da sinistra a destra per latino e greco, da destra verso sinistra per ebraico e arabo. Il ‘volumen’ viene poi arrotolato iniziando dalla fine intorno all’umbilicus’, un bastone di legno di bosso o d’ebano, allo scopo di tenere diritto il rotolo. Alla sua estremità si incollava un pezzo di pergamena con il titolo dell’opera. Per poter leggere occorreva srotolare (explicare) e arrotolare nello stesso tempo. Si era quindi obbligati ad una lettura consecutiva, che rendeva impossibile la semplice consultazione, prendere appunti o leggere più testi. I ‘volumina’ sono custoditi arrotolati all’interno di giare di ceramica (come quelle ritrovate a Qumran), in cesti disposti su scaffali, in scatole o bauli (archa) o all’interno di armadi (armarium) nel caso delle biblioteche. A partire dal III secolo a.C. l’espansione romana si scontra in modo crescente con le posizioni greche in Italia meridionale, nella Grecia continentale, nelle isole, in Asia Minore e nel regno ellenistico dei Tolomei. Con la vittoria di Azio (31 a.C.) i ceti sociali privilegiati di Roma furono sempre più permeati dal pensiero e dagli stili di vita ellenistici, in particolare nell’ambito della scrittura e dei volumi. A Roma il testo redatto passò subito nel circuito pubblico in una sala di lettura (auditorium) davanti ad amici e conoscenti o in un odeon, un piccolo teatro coperto destinato agli spettacoli musicali, alle declamazioni, alle letture. Una volta affidato il libro ad altri,  amici, colleghi, librai, esso sfugge al controllo dell’autore e il testo può subire variazioni. Lo scambio e il dono di libri rientrano in una forma di socialità gratuita presente tra i cittadini romani agiati e colti. Il passaggio dalla Repubblica all’Impero di Augusto portò ad una riorganizzazione della documentazione amministrativa e ad una maggiore consapevolezza verso la conservazione degli archivi. Nella Roma repubblicana, poi in epoca imperiale, il mercato per i librai nelle loro ‘tabernae librariae’ è costituito da clienti socialmente agiati. L’alfabetizzazione è piuttosto avanzata nelle città e ciò è confermato dalle numerose iscrizioni e dai graffiti sugli edifici antichi. ‘Librarius’ è il copista e il libraio vero e proprio. Quelli più importanti sono veri e propri imprenditori che organizzano le attività nei laboratori. Segretari e scribi commettono errori di interpretazione e di copiatura, possono eliminare parti ritenute poco interessanti, aggiungere correzioni e diffondere il testo senza l’autorizzazione dell’autore (soprattutto discorsi e lettere). La pratica del falso comparve molto presto. Gli autori non venivano retribuiti se non  quelli che  scrivevano opere teatrali. In questo settore il mecenate svolse un ruolo molto importante. Nel frattempo ad Atene numerose erano le biblioteche e le scuole di specializzazione come l’Accademia fondata da Platone, il Liceo di Aristotele, il Giardino acquistato da Epicuro per la sua scuola filosofica, il Portico che ospitava gli Stoici. Alessandria fu in età ellnnistica ad ottenere il ruolo di capitale culturale del mondo antico. Fondata nel 332 a.C., nel I secolo a. C. contava 300.000 abitanti. Tolomeo I (323-282 a.C.) fu invece l’ideatore del progetto del Museo (dimora delle Muse) che contemplava l’insegnamento, la ricerca, la fondazione di una biblioteca che raccogliesse tutte le opere disponibili nel mondo antico. Altre grandi biblioteche furono fondate ad Antiochia e a Pergamo. La tradizione vuole che Tolomeo V per danneggiare la biblioteca di Pergamo avesse proibito l’esportazione del papiro egiziano e che questo divieto abbia portato a partire dal 170 a.C. all’invenzione di un nuovo supporto: la pergamena realizzata con pelli di ovini. Nel 641 Alessandriafu conquistata dagli Arabi e da quella data in avanti scomparvero le biblioteche antiche. Le prime grandi collezioni di libri note a Roma provenivano dal bottino di guerra delle campagne militari condotte contro Cartagine e le città greche. Nel I secolo a.C. furono allestite le prime biblioteche private a disposizione degli eruditi. Era adottata una classificazione linguistica che distingueva le opere greche da quelle latine. A Gaio Asinio Pollione (76 a.c – 5.d.C.) si deve la prima biblioteca pubblica di Roma Antica vicino all’Altare della Libertà nei pressi del Foro. La Biblioteca Ulpiana, in parte destinata a conservare gli archivi romani, fu il più importante edificio mai esistito nella Roma imperiale e venne distrutta nel V secolo. In sintesi tre furono i fattori principali per lo sviluppo del libro in Occidente: 1. la trasmissione culturale di provenienza orientale dalla Grecia e dal mondo ellenistico; 2. la funzione moderna delle biblioteche private intese come luoghi di lavoro, di socialità, di rappresentanza e distinzione sociale; 3. il libro inteso come oggetto raro e dotato di siuro valore commerciale. Di tutto il patrimonio antico di Roma , nulla è pervenuto a causa dei numerosi incendi, delle distruzioni collegate ai disordini e alle invasioni, alla negligenza nelle traslitterazioni dei testi, e non da ultimo, al passaggio al Cristianesimo. Negli anni caotici del periodo tardo antico (III-V secolo) appare oltre al codex (da caudex tavoletta di legno o gruppo di tavolette legate tra loro da lacci di cuoio, ricoperte di cera e protette da due piatti di legatura), il libro piegato e rilegato il cui supporto è la pergamena, diventando il supporto per eccellenza della cultura cristiana (nel mondo ebraico arriverà solo nell’VIII secolo). La pergamena, generalmente pelle di ovini, viene piegata una o due volte formando così un fascicolo. I fascicoli vengono cuciti insieme e raccolti in una legatura, che evolverà assieme alla pergamena. Presenta  la numerazione delle pagine, si possono prendere appunti e la lettura quindi può essere silenziosa e individuale. La scrittura sul codex è disposta orizzontalmente e sul dorso o taglio viene riportato il titolo. Attraverso la Chiesa, unica struttura a salvarsi dal crollo del mondo romano, è pervenuta gran parte della letteratura antica. Il latino, lingua ufficiale, si diffuse anche nella Germania transrenana, in Boemia, in Polonia, in parte dell’Ungheria e nella Scandinavia. I testi antichi pervenuti, pertanto, sono soprattutto di argomento religioso. Il testo più diffuso resterà per secoli la Bibbia. Numerose furono le biblioteche cristiane nelle Chiese orientali (II secolo): ad Alessandria, Gerusalemme, Corinto, Cesarea di Palestina. A Roma la persecuzione di Diocleziano (303-313) produsse la distruzione dei libri cristiani. Solo con l’editto di Milano (313) venne introdotta la libertà religiosa e le biblioteche tornarono a ripopolarsi. Dopo che nel 410 i Visigoti di Alarico espugnarono Roma, solo gli insediamenti religiosi costituirono nel V secolo dei veri e propri centri intellettuali, ciascuno dotato di biblioteca. Le regole monastiche  più importanti furono tre: quella di Sant’Agostino, quella di San Benedetto a partire dal 529 nel monastero di Montecassino, quella di San Basilio per la Chiesa greca. Nella tarda antichità la scrittura si frammentò e i suoi modelli si moltiplicarono sulla base degli archetipi dell’onciale e della semionciale. Un buon esempio è fornito dalla scrittura insulare, corrispondente alle isole britanniche. Nella penisola iberica e in Aquitania, il regno dei Visigoti conservò molte strutture ereditate da Roma: l’amministrazione era ben organizzata, fiorente l’attività letteraria. Il regno visigoto crollò bruscamente dopo l’invasione araba del 711, portando alla rapida scomparsa della specifica scrittura visigotica. In Gallia, divenuta Francia dopo la rifondazione dell’Impero attuata da Carlo Magno alla fine dell’VIII secolo, vi fu una profonda riorganizzazione della Chiesa imperniata sui monasteri e sul papato. Grande impegno venne profuso per diffondere il ritorno della latinità classica, dell’insegnamento, della conservazione dei testi antichi e della scrittura. Carlo Magno si circondò, infatti,  di grandi intellettuali. Un notevole contributo culturale provenne anche dalle scuole episcopali: Lione, Reims, Magonza, Colonia e dalle abbazie. In Germania sono i monasteri fondati da San Bonifacio a garantire la diffusione della riforma carolingia a Fulda e a Reichenau. Nacque la minuscola carolina, non corsiva, con le lettere staccate direttamente ispirata dall’onciale e dalla minuscola romana, che si diffonde a partire dagli ‘scriptoria’ dei grandi monasteri nel regno dei Franchi, in Italia e nelle abbazie della Germania. Si stima che i manoscritti carolingi oggi conservati siano circa novemila esemplari. E’ dai manoscritti carolingi che gli umanisti italiani a partire dal 1300 riscopriranno la letteratura antica e, ispirandosi alla carolina minuscola, creeranno la loro stessa scrittura e i caratteri tipografici tondi, anche se l’oralità continuerà per tanto tempo ancora a dominare le pratiche di lettura. Fino all’XI secolo la fabbricazione dei libri avvenne solo nei monasteri e negli istituti ecclesiastici. La rarità e il costo delle pergamene fecero sviluppare presto la tecnica del palinsesto: la pergamena levigata con la pietra pomice e sbiancata con il gesso poteva essere riscritta. Nei laboratori più grandi la miniatura costituiva un settore specializzato. A partire dal IX secolo va diffondendosi sempre di più un nuovo modello di impaginazione che associa al testo un commento : la glossa. I manoscritti medievali non hanno frontespizio, non menzionano né l’autore né la data di copiatura, rarissimo è trovare la firma del copista o il miniaturista. Il testo comincia dalla prima pagina con la parola Incipit, che può estendersi in caratteri ornati su tutta una colonna o persino su una pagina intera. Si può trovare quest’uso anche all’interno del testo per segnalare l’inizio dei diversi libri (nel caso della Bibbia). Le divisioni interne del testo sono indicate dalle lettere iniziali più grandi. La miniatura ha una funzione decorativa ma anche informativa e simbolica. Si possono individuare tre livelli: l’illustrazione propriamente detta, il capolettera o lettera ornata, le bordature. Per i manoscritti imperiali veniva usata una pergamena colorata di porpora, a volte di nero, dipinta o ricoperta da una lamina d’oro, vi si scrive con inchiostro d’oro o d’argento. L’interessante testo di Barbier continua con il capitolo dedicato alle pratiche di lettura non solo in Occidente, ma anche nel mondo bizantino e arabo, per poi avventurarsi nel periodo che va dal X al XV secolo con la nascita dei caratteri a stampa inventati da Johann Gensfleisch zur Laden detto Gutenberg (stampata nel 1455 la Bibbia a 42 linee) Molto approfonditi sono anche i capitoli  dedicati alle miniature, alla tecnica della xilografia,  dell’incisione su legno, alle legature, alla carta e alla nascita complessa quindi del libro moderno.
Frédéric Barbier

Storia del libro in Occidente

edizioni Dedalo, 2018,

494 p. illustrazioni in bianco e nero, 33 euro

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