Indagine sulla vita eterna

di Francesco Roat

Massimo Polidoro e Marco Vannini hanno recentemente condotto una Indagine sulla vita eterna: questo il titolo del loro saggio scritto a quattro mani e pubblicato negli Oscar Mondadori, il quale appunto si interroga su questa tematica/ipotesi d’origine millenaria, che coinvolge ambito religioso e filosofico, narrazione mitica e riflessione scientifica; in quanto da sempre il quesito finisce per riferirsi ad una questione essenziale: esiste un aldilà o ‒ detta altrimenti ‒ cosa succede dopo la morte? Va subito evidenziato che i due autori hanno interessi e ottiche assai distanti fra loro. Polidoro ha una formazione di tipo scientifico ed è coordinatore del CICAP (il Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sulle pseudoscienze), mentre il filosofo Marco Vannini da molti anni analizza i testi della tradizione spirituale cristiana e non, soprattutto quelli mistici, di cui a mio avviso è il maggiore studioso italiano.

Va altresì precisato che il saggio in questione è una sorta di intervista a Vannini condotta da Polidori, che interviene con domande e spunti polemici sul tema più che con risposte, laddove qui è il noto professore fiorentino a fare la parte del leone, sicché la maggior parte del libro è costituita dalle sue puntualizzazioni e dai suoi chiarimenti: soprattutto in merito a quanto concerne ciò che sulla “vita eterna” hanno scritto filosofi, mistici e uomini delle più varie fedi e/o espressioni religiose. A tale proposito Vannini nota all’inizio del saggio come la fede, nel senso forte del termine, non rappresenti una mera credenza, semmai il contrario essendo piuttosto, a suo avviso: “il movimento dell’intelligenza che si muove verso l’assoluto, e perciò toglie via ogni relativo, ogni credenza”.

Resta comunque il fatto, storicamente accertato, che sia proprio il dramma cruciale della morte a far muovere sin dalla preistoria i primi passi della religione, la quale nasce con tutta probabilità nel paleolitico come culto dei defunti; per non parlare del fatto che risale a Platone l’idea che l’autentica filosofia ‒ intesa come amore per la saggezza ‒ sia “esercizio di morte” (ασκησις θανατου) e che i mistici di ogni epoca e latitudine insistano sul fatto che è necessario sbarazzarsi dell’egoità (equivalente al cosiddetto morire a se stessi) per poter giungere alla seconda nascita spirituale, che poi finisce per rappresentare la vita autentica, non timorosa del venir meno di ogni status, possesso, acquisizione; financo della privazione massima, quella costituita dall’exitus: la nostra ultima uscita di scena ossia il decesso.

Ma restando nell’ambito della cultura cristiana, quando il vangelo parla di vita eterna non si riferisce certo ad un prosieguo senza fine della vita biologica, precisa Vannini, bensì annuncia: “un passaggio per così dire a un altro genere di vita, nella quale l’eternità sta (…) in una esperienza di ordine appunto spirituale, già tutta al presente, e dunque non si tratta affatto di un aldilà opposto a un aldiquà”. Non va infatti dimenticato che il termine eterno significa sì privo di fine, ma pure privo di inizio/principio. Perciò il miracolo dell’infinito/eternità non consiste tanto in uno speranzoso futuro edenico quanto: “in una finitezza che prende il carattere dell’infinito, in un presente che assume la pienezza dell’eterno”. Però ‒ ci insegnano tutti i nostri mistici, da Meister Eckhart a Simone Weil ‒ l’eterno può aver luogo solo grazie al distacco, allorché scompaiono sia la nostalgia regressiva del passato (il paradiso perduto) che l’attesa vana del futuro (il paradiso a venire).

Così il qui e ora, l’attimo da fuggevole ‒ come lo intendeva il Faust goethiano ‒ diviene l’eckhartiano ewig nun: un eterno presente da cogliersi giusto tramite la serena accettazione delle cose, la quiete dell’anima e il non-attaccamento. Dice bene a questo proposito il più importante mistico renano: Quando è compiuto il tempo? Quando non vi è più il tempo. Per colui che, nel tempo, ha posto il suo cuore nell’eternità, in cui tutte le cose temporali sono morte, per esso v’è la pienezza dei tempi. Cristo peraltro ammonisce a prendere le distanze dal passato (Lc 9,60 – Mt 8,22) e a non preoccuparsi per il futuro (Lc 12,22 – Mt 6,25), poiché solo in tal modo si opera il distacco, si può divenire suoi discepoli e partecipare da subito, nel proprio presente, al regno di Dio (Lc 17,21).

Ma tutto ciò corrisponde anche allo zarathustriano “Sì, e amen” (Ja- und Amen) nei confronti della vita che dirà l’ateo ‒ almeno a parole ‒ Nietzsche. Tramite una fiduciosa accoglienza non egocentrica, che è poi la premessa per ogni autentico pellegrinaggio spirituale, giacché ‒ dice bene il mistico Angelus Silesius in uno dei suoi aforismi ‒: Uomo, se vuoi esser saggio e vuoi conoscer Dio e te / Devi prima bruciare la brama mondana in te; estinguere cioè ogni eccessivo/nocivo attaccamento ed avversione, operando al contempo una vera e propria conversione spirituale. Tutt’altro che fede ingenua e irrazionale o acritico assenso rispetto a qualsivoglia dogmatismo dottrinale.

Massimo Polidoro, Marco Vannini,

Indagine sulla vita eterna,

Oscar Mondadori,2018

pp. 240, euro 13,00

Lascia un Commento