Intervista ad Alessandro Curti, autore di “Siamo solo piatti spaiati”

di GABRIELLA CICCOPIEDI

Alessandro Curti, educatore e scrittore, lavora nel campo del disagio minorile e collabora con diversi progetti di formazione. Dalla sua intensa esperienza professionale nasce il suo primo romanzo Padri Imperfetti (C1V Edizioni, 2015) seguito da Mai più sole (C1V Edizioni, 2016) e da Siamo solo piatti spaiati (C1V, 2018), in cui lo stesso personaggio – Andrea, un educatore attento – si divincola tra i  problemi e ai bisogni di chi si affida a lui.

Siamo solo piatti spaiati è la conclusione di una trilogia iniziata con i romanzi Padri imperfetti e Mai più sole, accomunati dalla presenza dell’educatore Andrea, un uomo e un professionista fuori dal comune. Ci racconti qualcosa dei tuoi lavori e dei motivi che ti hanno spinto a scriverli? Lavoro come educatore ormai dal lontano 1993 e per quasi vent’anni ho operato in comunità per minori con problemi familiari, sociali e penali; successivamente mi sono dedicato al lavoro con i minori e le famiglie in ambito territoriale (scolastico, domiciliare e aggregativo). L’esigenza di raccontare la mia professione, attraverso la figura di Andrea, è nata in primo luogo da una domanda che spesso mi veniva posta: “Ma tu che lavoro fai?”, alla quale era davvero difficile dare una risposta semplice. Il secondo motivo per cui ho deciso di creare Andrea e di narrare le storie che incontra viene dall’importanza della condivisione delle esperienze. Nel mondo dell’educazione professionale si apprende tantissimo (e questo vale sia per gli educandi che per gli educatori) dalle esperienze che viviamo ma anche da quelle che osserviamo negli altri. Ecco perché scrivere del mondo dell’educazione: per mettere a disposizione di altri esperienze da cui trarre apprendimento. Allargandole anche a chi si occupa di educazione naturale e non professionale come me.

Tra i ringraziamenti alla fine di Siamo solo piatti spaiati figura anche il personaggio di Andrea, di cui tu dici: “Andrea è l’educatore che vorrei essere”. Ne parli come di un modello ideale ma troppo perfetto da raggiungere. Chi è Andrea, e che importanza riveste nei tuoi romanzi? Andrea è il mio alter ego, è l’educatore che potrei essere in un mondo perfetto. In lui mi rispecchio e, attraverso le sue scelte e le sue azioni, provo a trasferire nel mondo reale nuove competenze. Perché la grossa fatica del mondo dell’educazione è che sei chiamato ad operare in presenza di azione, che è un’operazione complessa. L’agire educativo, per quanto progettato e strutturato, deve sempre affrontare una buona dose di imprevedibilità perché strettamente connesso con un insieme di sistemi che si muovono oltre ai tuoi obiettivi. Come dire: io progetto un pomeriggio con un adolescente per fare delle cose e poi, quando lo incontro, scopro che la fidanzata lo ha lasciato o che ha litigato furiosamente con i genitori o qualsiasi altro evento che possa modificare lo stato d’animo e allora mi ritrovo (in pochissimi secondi) a dover riprogettare il mio intervento, a dover modulare in modo differente la comunicazione, a dover identificare nuovi obiettivi più urgenti e ad elaborare le strategie migliori per raggiungerli. Scrivere mi serve un po’ come “laboratorio in assenza di azione” perché posso ipotizzare situazioni che incontrerei normalmente in una mia giornata di lavoro (o che ho realmente affrontato) avendo il tempo di pensare su cosa avrei potuto fare. Questa è la fortuna di Andrea (che lo rende quindi irraggiungibile): avere il tempo di ragionare prima di agire. E se qualcosa non va come dovrebbe basta premere il tasto canc e ricominciare a scrivere da capo.

Nel tuo lavoro di educatore e pedagogista ti è mai capitato di usare la letteratura come mezzo per aiutare qualcuno in difficoltà? Ci sono opere o autori che negli anni ti hanno ispirato e insegnato di più del complesso mondo delle emozioni umane? Diciamo che nel mio campo lavorativo è più semplice suggerire la lettura a scopo propedeutico agli adulti piuttosto che ai ragazzi anche se, contrariamente a quanto si crede, leggono molto più di quanto si pensi. Qualche libro l’ho suggerito ai ragazzi in determinati momenti della loro vita perché trovassero ispirazione per affrontare il momento che stavano passando. In particolare i romanzi contemporanei che più sono piaciuti ai ragazzi a cui li ho regalati o proposti sono stati Bianca come il latte, rossa come il sangue di Alessandro D’Avenia, Noi siamo infinito di Stephen Chbosky, Non esistono ragazzi cattivi di Claudio Burgio. Anche la letteratura fantasy, che molto piace ai ragazzi, a volte offre spunti interessanti e avvicina alla lettura. Parlando di classici ho proposto1984 di George Orwell e Il giovane Holden di J. D. Salinger. Sono libri che ho consigliato perché li ho apprezzati per primo io e descrivono molto bene le relazioni umane e il mondo degli adolescenti.

Il personaggio di Davide di Siamo solo piatti spaiati ha il pregio di mostrare senza filtri i pensieri degli adolescenti e di riflesso le imperfezioni degli adulti. All’inizio Davide è preda degli eventi ed è arrabbiato col mondo, ma poi, aiutato da Andrea ma soprattutto grazie all’accettazione dei suoi errori e della diversità che lo circonda, matura e riesce anche a dare una lezione di vita ai suoi genitori. Che tipo di viaggio compie Davide? Quali sono le tappe importanti che lo porteranno alla crescita? Davide è un personaggio che mi piace molto perché incarna molte delle caratteristiche degli adolescenti di oggi (ma non solo di oggi). In realtà il personaggio nasce in un mio precedente romanzo, Sette note per dirlo, dove lo incontriamo in modo marginale rispetto alla storia narrata proprio nella scena in cui la polizia lo preleva da scuola dopo la perquisizione. Da lì nasce la sua vicenda che viene poi sviluppata, con lui come protagonista, in Siamo solo piatti spaiati. È un adolescente abbastanza tipico: irriverente e un po’ spocchioso, convinto di conoscere il mondo più degli adulti e invincibile. Il viaggio che compie è la metafora del passaggio da adolescente ad adulto, quando impari che non tutto è possibile e che bisogna essere responsabili delle proprie azioni (magari imparando anche a prevederne gli effetti). Anche le tappe che percorre sono quelle tipiche dell’età: lo scontro con il mondo adulto che i ragazzi bollano come “sbagliato e incapace di comprendere” e la trasgressione alle regole che non si condividono fino all’incontro con qualcuno che sconvolge il tuo sistema di valori. È proprio il suo amore-odio nei confronti di Andrea che lo spinge a rileggere ogni aspetto della sua vita da un’angolazione differente, meno autocentrata e più globale. E che alla fine lo porterà a credere che si possa diventare adulti senza perdere il proprio essere, senza dover sconfessare quello che si è stati fino a quel momento, decidendo con la propria testa ma tenendo in considerazione ciò che ruota intorno.

Cosa ne pensano i ragazzi che segui della tua attività di scrittore? Hanno letto i tuoi libri? Pensi che i tuoi romanzi possano essere d’aiuto a chi si trova in un momento di difficoltà? Non tutti i ragazzi sanno che sono uno scrittore perché per loro sarebbe difficile capirne il senso. Altri invece lo sanno (o perché gliel’ho detto io o perché mi hanno beccato sui social…) e si sono mostrati curiosi. Qualcuno se la tira anche un po’ dicendo in giro che “conosce una persona famosa”. Alcuni hanno letto i miei libri e li hanno trovati interessanti, anche se di difficile comprensione per alcuni aspetti. Ovviamente con loro sono stato sempre disponibilissimo a rispondere alle domande che mi ponevano anche se, ne sono quasi certo, molte riflessioni le abbiano fatte in privato. Ed è questo, credo, il punto di forza dei miei romanzi: sono scritti non tanto per essere d’aiuto in momenti di difficoltà (anche se per qualcuno lo sono stati) quanto per poter offrire differenti lenti per osservare il mondo e noi stessi nel mondo, per imparare che esistono altre realtà oltre la nostra (a volte anche più complesse e faticose) ma che si possono attraversare le esperienze e uscirne più forti di prima.

Qual è il significato del titolo Siamo solo piatti spaiati? Questo titolo, per me, è la metafora dell’umanità. Ognuno di noi è differente da tutti gli altri ma può avere un suo posto nel mondo creando un equilibrio che ha un suo senso. Certamente è bello vedere una tavola apparecchiata con il servizio di Natale ma si può trovare la bellezza anche in una tavola con piatti spaiati tra loro. Basta saperli collocare bene.

Stai lavorando a un nuovo romanzo? Andrea andrà meritatamente in pensione o lo ritroveremo ancora in altre storie? Dopo aver pubblicato quattro libri in quattro anni mi sono ripromesso di prendere del tempo prima di ricominciare a scrivere. I miei romanzi hanno bisogno di tempo ed energie perché il mondo li possa conoscere. Inoltre ci sono molti altri progetti che ruotano intorno come la produzione di un fotoromanzo digitale che racconta le vicende di Sette note per dirlo, la progettazione del concorso letterario per studenti basato sulla lettura di Siamo solo piatti spaiati (come già è successo con Padri imperfetti e Mai più sole) che li trasforma da lettori a scrittori e la trasposizione di Sette note per dirlo e Siamo solo piatti spaiati in sceneggiature per delle fiction tv. Già questo sarebbe sufficiente. Però quando un’idea comincia a prendere forma nella tua testa non può lasciarla scappare quindi la risposta (ahimè) a questa domanda è sì: sto cominciando a lavorare a un nuovo romanzo del quale però non posso ancora svelare nulla. È ancora un’idea embrionale che sto sviluppando in tutti i suoi aspetti ma è un lavoro articolato perché lo sfondo non sarà precisamente quello del mondo ai giorni nostri.E per quanto riguarda Andrea chissà: in teoria il suo lavoro potrebbe anche essere finito ma di storie da raccontare ne avrebbe ancora molte. Diciamo che magari si gode una lunga vacanza?

 

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