Io non mi chiamo Miriam

di Valentina Scarcioni

Tanti libri sono stati scritti sulla Shoah e sul genocidio nazista. Tante storie hanno cercato di raccontare ai posteri ciò che è successo in Europa negli anni trenta del Novecento ed ognuna di esse rappresenta un piccolo tassello di un puzzle molto grande che inizia ben prima del nazismo e i cui tentacoli arrivano, e non si fermano, ai giorni nostri. Questo libro vuole aggiungere un ulteriore pezzo in più a quella narrazione scegliendo di cambiare punto di vista rispetto al solito, dando risalto ad un’altra popolazione colpita dallo sterminio nazista anche se in numero minore rispetto a quella ebrea: quella zingara. La storia che l’autrice sceglie di raccontare è frutto di fantasia, ma, grazie al lavoro storicamente accurato da lei svolto, questo particolare non toglie niente alla forza emotiva ed empatica del romanzo. Malika in questa storia non ha solo preso l’identità di Miriam, ma anche delle migliaia di bambine che hanno vissuto davvero quegli eventi; eventi che la scrittrice riporta in maniera accurata, con tanto di fonti a conclusione del libro per poter approfondire tutto ciò che riporta sulla vita degli zingari durante la seconda guerra mondiale.
In questa storia, dalle caratteristiche un po’ pirandelliane, ci viene narrata la vita di una signora incapace di tenere ancora addosso la maschera che si era costruita da ragazzina, per cercare di sfuggire alla morte durante la sua permanenza nei campi di concentramento. Dal proprio passato e dalle proprie origini non si può scappare per sempre, prima o poi si deve fare il conto con se stessi. Così Miriam si ritrova a cedere nuovamente il posto a Malika, che finalmente può farsi conoscere dalla sua famiglia, raccontando la vera storia che l’ha portata a vivere in Svezia dopo la liberazione dal campo di concentramento. Si potrebbe dire che indossare una maschera sia una condizione normale dell’uomo, poiché fa parte della quotidianità di ognuno di noi il relazionarsi con altri in maniera differente a seconda della situazione in cui ci si ritrova. Ma c’è una differenza enorme tra lo scegliere di indossare una maschera per affrontare nella maniera più adeguata una determinata situazione sociale e l’essere obbligati ad indossare una maschera ininterrottamente, anche nelle relazioni familiari, per il terrore di far sapere agli altri chi si è veramente. Malika, liberata dai campi di concentramento, ha scelto di rimanere prigioniera di un’altra identità per paura di ciò che le sarebbe accaduto svelando chi era. Così, per anni, ha continuato a rimanere prigioniera di se stessa pur di avere un futuro sereno. “Io non mi chiamo Miriam” è una lettura difficile non solo per il contenuto, ma anche perché costringe il lettore a confrontarsi con i propri pregiudizi. Spinge ad andare oltre la semplificazione della realtà, mostrando come sia impossibile spiegare una società tanto complessa come quella odierna basandosi solo su generalizzazioni e stereotipi. Ogni tanto ci sono libri che chiedono al lettore di mettersi in gioco, di provare ad andare oltre la concezione del mondo che ci si è costruiti per provare
a comprendere realtà con le quali non ci si è mai confrontati e problemi che non ci si è mai posti.

Io non mi chiamo Miriam

Maigull Axelsson

Iperborea, 2018

pp. 562, Euro 19,50

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