La casa degli scemi

di Francesco Roat

Dopo la recente e riuscita prova della silloge poetica intitolata dentro la o (Kammeredizioni), Anna Maria Farabbi prosegue nell’intento di creare poesia all’insegna d’un autentico impegno civile, mai retorico però. Nella Collana Gialla Oro, infatti ‒ un progetto di Pordenonelegge  ‒, è apparsa una sua nuova opera, “La casa degli scemi” (LietoColle), incentrata sull’assurdo e sulla violenza annichilatrice della guerra, che nel testo si riferisce emblematicamente alla grande guerra per antonomasia, ossia al primo conflitto mondiale. L’occasione poetica/poietica è data dal ritrovamento (ma l’autrice lo chiama con sensibilità archeo-antropologica: recupero) d’un vecchio diario scritto da Bruno, un maestro ambulante anarchico, tra il 1915 e il 1918. Quaderno che la Farabbi rilegge riversandone quindi in versi intensissimi le parti salienti, dopo aver fatta una scelta precisa, da lei partecipata ai lettori in un brano introduttivo: “Ho deciso: lo recupero attraverso il mio canto. Con rispetto, nel mio ritmo”.

Ne nasce sin dalle prime strofe il ritratto plastico, a tutto tondo, d’un uomo probo che per campare lavora sia come bracciante nei campi o pastore, sia come insegnante nomade ad alfabetizzare i figli dei contadini. Una cifra però lo caratterizza e distingue in modo peculiare: l’amore per la libertà e l’odio verso ogni forma di asservimento; specie quello che trasforma gli uomini in soldati: in assassini di altri esseri umani. La prima volta che lo vediamo operare come maestro nomade è all’aperto, presso un fiume, davanti a campagnoli ignari d’aritmetica, i quali: “volevano che insegnassi i numeri / per far di conto al padrone che ogni volta li frega / se voi sapete i numeri senza l’alfabeto vi frega di più / così dopo le somme e le divisioni / lessi a memoria molte parole e molto silenzio”.

Prima che l’Italia entri in guerra la sua è dunque una vita spesa nel duro lavoro quotidiano, ma che gli consente ampi spazi di meditazione e riflessione, allorché egli pensa: “a chi improvvisamente cade e si rompe a chi serve un dio per paura di spaccare sé stesso conoscendosi / a chi come me apre la catena / e mette non per cristo ma per etica / la sua vita alla mano / di quelli che gli altri definiscono ultimi”. Scopo del compito educativo di Bruno è insegnare agli umili i loro diritti inalienabili. E certo non è poco. Eccone la dichiarazione d’intenti: “vorrei essere un bravo maestro ambulante salutando sul sentiero il primo che passa / piantargli in corpo l’alfabeto la sua utilità / che non insegna solo i giardini della letteratura / ma la creazione del pensiero che è necessità / strumento precisione diritto alla sopravvivenza”.

L’anarchia che lui professa è una forma di dignitosa presa di posizione verso ogni supremazia o predominio. Ma non esprime supponenza, negazione o rimozione quando dice: “io non voglio riconoscere alcun potere / neanche alla morte / che spoglio e la rendo in me libertà liberata”, bensì il superamento d’una visione solo negativa dell’exitus che può essere il risultato positivo di una non cruenta lotta contro l’ingiustizia oppure, semplicemente, la stoica liberazione da un’esistenza sino in fondo e pienamente vissuta. Nessun superomismo dunque nel protagonista, semmai l’esser sempre pronto ad affrontare, talvolta accettandola senza lagne sterili, la cruda necessità.

Data esiziale del diario è ovviamente il fatidico 24 maggio 1915, allorché, rotti gli indugi, l’Italia entra in guerra. Ecco come sintetizza quel giorno il maestro ambulante: “i padri sono chiamati li prendono uno a uno / la paura sbrana i bambini / che vengono da me piangendo / con il moccio al naso e la febbre”. Tuttavia non c’è modo di consolarli se non per poco, magari offrendo loro un uovo per ognuno: “rubato al commendatore”. C’è altresì, per Bruno, da mettere in discussione molto: “mi chiedo cosa sia la cosa che chiamiamo stato / al punto di dovermi consegnare / dichiarandomi disposto a uccidere / a perdere umanità e intelligenza (…) non è questione di armarsi per difendersi / è accettare di girare nel cerchio culturale del dominio”.

Così per non abbandonare gli umili, il protagonista fa una scelta coraggiosa, e: “prima che mi arrivi la cartolina mi arruolo volontario / nella croce rossa come infermiere o barelliere è lo stesso / purché assente alle armi // vado a lavorare tra i feriti e i morti visto che i vivi / si autodistruggono da soli”. Ma una volta sceso sul campo di battaglia nel “reame dell’inferno” le sue buone intenzioni, traducendosi in azioni ‒ pietose ma oltremodo, sia moralmente che fisicamente, dolorose ‒, fan “perdere l’orientamento” a Bruno tanto da fargli confessare: “non ho più bellezza in me”. Qui Farabbi in certe strofe si rifà (per empatia più che per stile) ad Ungaretti; ad esempio quando scrive: “corriamo nel fango per trovarli e accoglierli / l’aria puzza / i cadaveri ci infettano il cervello / mi rannicchio sulla branda in posizione fetale / a occhi chiusi o sbarrati / continuando a raccoglierli // mi chiedo perché darci nome e cognome / e chiamarci l’un l’altro // siamo diventati tutti anonimi / e interiormente apolidi // qui la nostra data di nascita è lo zero / e coincide con la o della morte”.

Fatale che tra le continue esplosioni qualcosa imploda nell’anima del protagonista, che verrà inviato tra gli scemi di guerra in un ricovero militare per alienati, al fine di recuperarli quel tanto da farne carne da cannone. Però con Bruno gli psichiatri non riusciranno nel loro intento bellicoso. Finisce così in una diserzione ‒ solo dalla guerra o pure dalla vita non è dato sapere ‒, in un’assoluta, tenace e testarda coerenza il poema di Anna Maria Farabbi sull’anarchico maestro itinerante, straniero pure in patria ed introverso ma convinto, come Hölderlin, che noi siamo un colloquio. Un poema costituito da testi brevi ma assai pregnanti, da una lingua al contempo colta e popolare, sorvegliatissima e leggibilissima insieme per la levità/chiarità dei suoi versi, l’incisività del suo messaggio, la felicità delle sue metafore. Un libro che auspico possa venire adottato dagli insegnanti desiderosi di far comprendere ai ragazzi cosa significhi oggi scrivere poesie non meramente ombelicali.

 

Anna Maria Farabbi

La casa degli scemi

Lietocolle, 2017

Euro 13,00

 

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