La Cavalleria Rusticana secondo Walter Manfrè

di Marta Galofaro

Siete certi che cumpari Turiddu in Cavalleria rusticana sia stato ucciso dal carrettiere Alfio? Non è così per il regista Walter Manfrè che rilegge, in modo geniale, da uomo contemporaneo conoscitore di Freud e della psicanalisi, l’opera in una chiave moderna in cui si ricerca l’ἀρχή, il principio, l’origine dei fatti e dei sentimenti primordiali, degli impulsi bestiali, dei conflitti sanguigni ed elementari. E, senza cambiare una sola parola al testo di Verga, vera protagonista della Cavalleria rusticana per la regia di Walter Manfrè diventa la mente umana.

Se Santuzza non avesse raccontato a compare Alfio del tradimento di sua moglie Lola con compare Turiddu, quest’ultimo sarebbe ancora vivo. Per questo per Manfrè il carnefice di Turiddu non è Alfio, ma Santuzza. Poi il regista va oltre e indaga i meandri della mente. Realizzando di essere stata lei ad uccidere l’uomo che ama cosa sarebbe potuto accadere nella testa di Santuzza? Avrebbe potuto soffrire di depressione maggiore, un disturbo dell’umore che fa vivere in una condizione di frequente umore negativo, con pensieri negativi e pessimisti circa se stessi e il proprio futuro fino a impazzire o a togliersi la vita per i sensi di colpa. È questo che viene messo in scena nella seconda parte dell’opera: il delirio di Santuzza sdraiata su un lettino, con accanto la gnà Nunzia con indosso un camice medico che la ascolta e dialoga con lei. La ragazza tra spasmi e tremori rivive tutta la vicenda che nella sua testa appare distorta e confusa. Così Manfrè ritorna ad un tema a lui caro: la pazzia e al concetto che fulcro dell’agire dell’uomo e delle sue azioni anche più nefande è il cervello. La musica di Mascagni resta in sottofondo.

Il pubblico vive tutta l’opera con gli occhi, il cuore e la mente della giovane Santuzza,  disonorata e pazza di gelosia. Nell’acceso dialogo tra Turiddu e Santuzza, si avvertono i sentimenti di tenerezza e riconoscenza alternati a un’insofferenza, non priva di rabbia, verso colei che gli intralcia i piani. Il patetico tentativo della ragazza di tenere Turiddu legato a sé è particolarmente struggente e coinvolgente fino all’estremo anatema “A te la mala Pasqua, spergiuro!” che rende ancora più chiara quella che sarà la conclusione della vicenda. Il popolo contadino è, come nelle novelle di Verga, uno dei protagonisti dell’opera con l’amore per il lavoro quotidiano, il fermento religioso del giorno di Pasqua, l’accettazione incondizionata di quella cavalleria che porta al consumarsi di un fatto di sangue.

La location scelta dal regista per la rappresentazione è il sagrato della Chiesa Madre che Fiorirà ha trasformato nella scenografia, costituita da pochi essenziali elementi simbolici, usando la facciata come fondale e i nartece anche come quinte, catapultando immediatamente lo spettatore nella piazza di un paese della campagna siciliana di fine Ottocento. L’ambientazione è estremamente realistica come i costumi di Rosy Bellomia e gli oggetti dei personaggi e delle comparse che animano la scena in modo armonico. Lo spettatore ha subito l’impressione di essere catapultato nella Sicilia di fine Ottocento dove ragazzi in costume offrono spinnagghi (ceci e uva) con un bicchiere di vino.

Eccezionale e intensa l’interpretazione di Federica Gurrieri nel ruolo di Santuzza. Notevoli Simonetta Cartia nei panni della gnà Nunzia, che assiste inerme allo scorrere degli eventi, fino al tragico epilogo che la porta all’inevitabile perdita del figlio. Molto convincente Alice Canzonieri nel ruolo di Lola, allo stesso tempo cosciente e incosciente nel suo agire. Forte l’interpretazione di Orazio Alba che dà vita ad un cumpare Alfio focoso e spavaldo. L’attore nella seconda parte si rifà molto abilmente ai ritmi dell’arte del cunto. Meravigliosi i comisani Tiziana Bellassai, Lella Lombardo e Biagio Barone che incantano nello filastrocca-scioglilingua di Re Befè.

La storia di delitti d’onore e amori sofferti, sullo sfondo di una Sicilia di processioni e tradizioni, grazie all’International Theatre centre di Walter Manfrè, Patrocinato del Comune di Comiso, scatena emozioni tanto struggenti quanto assolute per un fatto, il delitto di sangue, che all’epoca della vicenda sarebbe stato una notizia di cronaca nera che, e il regista vuole abilmente sottolinearlo, non avrebbe fatto nessuno scalpore

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