La parola al teatro

Walter Manfrè ha lavorato come attore con Mario Landi, Andrea Camilleri, Orazio Costa, Aldo Trionfo, Franco Enriquez, interpretando testi classici e contemporanei, accanto ai migliori attori italiani e nei più grandi teatri. Come regista ha diretto i più grandi attori italiani, ha ricevuto numerosi e prestigiosi premi. Il suo teatro realizza spettacoli sul terreno della tradizione e operazioni sul terreno della ricerca. (https://www.waltermanfre.com/biografia/).

Come si orienta nel terreno della ricerca per la scelta del o dei testi?

Ho cominciato facendo l’attore e sono arrivato alla regia per gradi e per consapevolezza. Il mondo del teatro ad un certo livello è frequentato da persone di alta cultura, ma lungo il percorso si incontra di tutto: registi improvvisati, persone velleitarie, narcisi e molti trattano il testo come un pretesto per mettersi in mostra. Se si strappa il testo originale per scriverne un altro si può fare dichiarandolo, scrivendo “tratto da…” o “ispirato a…”, ma se in locandina si scrive “regia…” questo diventa un insulto. Io mi comporto così: mi interessa parlare di argomenti mi interessano. Quando trovo il testo che mi ispira faccio un esercizio di rispetto verso il testo stesso. Se non mi interessa o devo smontarlo per far passare una mia tesi, per forza, non lo faccio. Se ritengo, invece, di poter aprire un rapporto dialettico, facendo una specie di percorso polemico (polemos una volta voleva dire anche dialogare) di dialogo, allora inizio ad andarci dentro, pronto ad uscirne sconfitto dal punto di vista di gara letteraria o filosofica o a mostrare qualcosa in più rispetto ad una cosa scritta 2500 anni fa che sarebbe anche legittimo. Ma non è in più, è un avallare quello che allora si diceva, che, se vale tutt’oggi, vuol dire che vale veramente.

E in questo momento a cosa sta lavorando?

In questo momento mi sono intrippato col cervello… perché secondo me nel cervello c’è la ragione di tutto. Non posso parlare del femminicidio, ad esempio, se escludo il cervello. Avrei solo un massa di delinquenti che uccidono le donne. Invece là dentro c’è la radice di tutto. È come il mito della caverna in cui tu ritieni che la realtà sia quella che pensi di vedere e poi scopri che è tutt’altra. Se vai lì dentro ti senti piccolino, allora cerchi i libri di scienziati per capire come è fatto;  poi cerchi di  capire cosa c’è dentro di noi collegato a quello che c’è fuori. Che siamo interconnessi non ci sono dubbi. Ritengo che ci siano delle antennine dentro che vengono fuori e ti tengono in collegamento col nostro fisico, con quello degli altri, ma anche con le menti chi c’è stato e di chi ci sarà. Così si spiegano le divinazioni, le iterazioni, ripetizioni di caratteri (tipo un bambino di sei anni che suona come Mozart): noi siamo, e questo è provato, un ricettore di segnali e poi li trasmettiamo…

È questo lo sperimentalismo?

Lo sperimentalismo a me viene naturale. C’è un testo che parla della solitudine dell’uomo Delitto all’isola delle capre di Ugo Betti: racconta di tre donne che vanno a stare su un’isola per isolarsi dal mondo e dalla guerra. L’isola è collegata alla terra ferma solo da una barca guidata da un barcaiolo che porta le provviste. Si capisce che il testo è realistico. Un giorno sull’isola arriva Angelo, viene dall’Egitto e dalla guerra. Seduce tutte e tre le donne e quando queste si accorgono che l’estraneo sta distruggendo il gineceo fanno cadere una cosa importante nel pozzo, lui, per fare l’eroe, scende giù per raccoglierla e loro tappano il pozzo e lo fanno morire là dentro. È agghiacciante, emblematica. A me stuzzica il fatto che fino a quando c’è il barcaiolo puoi scappare, non c’è una solitudine dentro…ma se levi il barcaiolo e quando arriva quest’uomo dice di venire da lontano, anziché dall’Egitto, tutta l’atmosfera cambia e Betti diventa un autore europeo perché si stacca dal realismo ed entra nel teatro dell’assurdo, dell’astratto.

Pirandello al castello è il suo ultimo lavoro monografico che vede vivere Pirandello e la sua poetica tra le stanze del castello aragonese di Comiso. Perché Pirandello e al castello?

Le nostre scelte nascono dalla necessità. Mi ritrovo a Comiso perché mio figlio ha scelto di vivere qua. Pirandello al castello è un prezioso lavoro monografico. Anche se i ragazzi dimenticano il particolare il senso resta dentro. Si può passare dal tragico alla farsa. Non esiste una frattura così forte. Il grottesco rappresenta tutto. E Pirandello lo sapeva, come lo sapeva Shakespeare. Pirandello al castello…l’ho voluto in quel posto, non avrei voluto un altro posto… Scelsi i testi in base ai temi: i fantasmi, la follia, la gelosia e il mito, con Glauco.

Non hai inserito nulla da Quaderni di Serafino Gubbio operatore. Sei tu Serafino dietro l’occhio della macchina da presa?

Non lo so (ride un po’) o, probabilmente sì… ti sembra così? Ma io non amo il cinema, Quando vado al cinema per me deve essere al contrario del teatro pura evasione, portarmi in mondi di fantascienza. Il cinema fatto in una stanza con marito e moglie non mi interessa, quello che è psicologico lo faccio al teatro. Quando Pirandello si è accosta al cinema non l’ho seguito molto, ma forse dovrei riprenderlo.

Il prossimo progetto?

Le troiane. E lo farò qua, in questo spazio minimale e multifunzionale che mi consentirà, a livello di impatto scenografico, senza vincoli di palcoscenico, di platea, di raccontare Le Troiane così come sono scritte. Quindi l’importante non è cambiare il costume, sì, questo si può anche fare, non c’è nessuna trasgressione in questo. Ma il significato non cambia, anzi è più forte se sta bene anche qui quello che si diceva allora. A volte la regia è fatta di nulla, di una proposta.

 

di Marta Galofaro

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