La suora

di Giovanni Cugliari

Avevo due genitori troppo buoni per fare lo stronzo nel quartiere. Quando hai due genitori così, ti senti in colpa anche quando non ti lavi i denti o salti la cena per uscire con gli amici. O li odi o li ami, mi dicevo. Io li amavo. Non abitavo più con loro ma ne sentivo la presenza il più delle volte, e quando capitava il contrario combinavo sempre qualche dannata cosa che mi metteva nei guai. Comunque, ogni tanto riusciva anche a me di farlo, lo stronzo. Certo, dovevo sforzarmi un po’, ma imparavo in fretta. Mi ripetevo sempre che la pietà è per i deboli, ed io non volevo essere un debole. Volevo essere un duro.

Quella mattina, come ogni mattina, ero davanti allo specchio e mi domandavo se avevo ancora tutti i bulloni avvitati nel cervello. “Lo stress ti fotte mio caro”, pensavo. Lo stress è come il mare agitato e se non hai un salvagente abbastanza grande anneghi.

Mi infilai i jeans e la mia camicia giallo ocra.

Uscii di casa, con i capelli scompigliati e la sigaretta in mano, e mi diressi al solito bar.

Avevo bisogno di un caffè lungo e un goccio di whisky per riprendermi da una notte insonne.

Whisky! Whisky! Whisky!

Già ne sentivo l’odore forte e acre che mi penetrava nelle narici.

Quando arrivai non c’era nessuno, a parte le cameriere, ovviamente, che erano due sorelle.

Una era Giulia. Aveva i capelli neri e lunghi, raccolti in una treccia, un viso piuttosto scarno, un corpo non particolarmente attraente e non era una grande conversatrice.

L’altra era Sofia. Non assomigliava per niente alla sorella. Aveva i tratti del viso simili a quelli di un panda, portava qualche taglia in più di pantaloni e aveva i capelli corti alla nuca.

Mi avvicinai al bancone e ordinai.

Sofia scattò, com’era suo solito fare, e mi preparò il caffè. Poi mi versò due dita di Ballantaine’s in un bicchierino.

«Come stai?» mi chiese, fissandomi per un secondo con i suoi occhietti a mandorla. Era di una gentilezza spaventosa, di quelle che ti uccidono. E sorrideva. Sorrideva sempre.

«Bene», risposi prendendo la tazzina, «solo un po’ stanco. Sono tornato ieri dal mare e stanotte non ho chiuso occhio».

«Come mai?»

«Ho finito il Lormetazepam. Me lo sono scolato tutto la sera prima per cercare di uccidermi, ma non ci sono riuscito». Mi misi a ridere. Non era vero.

Mi guardò con aria spaventata, come quando si ha a che fare con un cavallo matto.

«E tu invece?» le domandai. «Non vai in ferie?»

«No, noi siamo sempre aperti».

«Certo che fa caldo. Dove vai si muore. Dovrebbero inventare delle magliette refrigeranti o cose così…»

Non capì o fece finta di non capire, quindi non rispose.

Presi il mio whiskey e il giornale, e andai a sedermi a un tavolino. Volevo leggere le notizie sportive in santa pace. Il Torino si giocava l’accesso all’Europa League in quei giorni, e desideravo controllare quale formazione schierassero i tecnici delle due squadre.

A un tratto entrò una suora.

La esaminai per qualche secondo. Poteva avere più o meno quarant’anni. Aveva un bel viso, e due occhi profondi e magnetici.

M’innamorai dei suoi occhi. Non potevo innamorarmi di nessun’altra cosa di lei, ma dei suoi occhi sì.

Si diresse al bancone e ordinò un caffè macchiato.

Il mio cervello mi suggerì di non perdere altro tempo; mi precipitai da Sofia e le dissi che il caffè alla nuova venuta lo avrei offerto io.

«Va bene», mi rispose con aria stupita.

Sofia avrà sicuramente pensato che provavo una certa stima nei confronti di una persona religiosa e niente più, e in parte era vero, ma vi devo confessare che lei – la suora, intendo – aveva quel non so che di misterioso, come se qualcuno l’avesse punita per aver osato troppo nella vita e come espiazione per le proprie aspirazioni avesse sposato la causa ecclesiastica.

Comunque fosse, sentii un brivido lungo la schiena.

Ci sarebbe stato tempo per farsi perdonare da Gesù.

Quindi le offrii il caffè.

«Grazie», mi rispose, lanciandomi una timida occhiata.

La interpretai come se il mio gesto le fosse completamente scivolato di dosso.

Insistetti e le proposi di sedersi al mio tavolo per fare due chiacchiere.

«Non posso», disse. «Sono di fretta. Devo tornare al convento prima delle undici».

«Vuoi che ti accompagni?»

«No, grazie. Ho la macchina proprio qua fuori. Ma faccia finta che abbia accettato».

Molto probabilmente non mi sbagliavo sul suo conto. Era una a cui il destino aveva servito una brutta mano.

Rinunciai, e tornai a bere il mio whisky al tavolo.

Lei finì il caffè e uscì dal locale, senza guardarmi di striscio.

 

Quello stesso pomeriggio ero in giro in centro, sulla mia Alfa Romeo Mito rosso fuoco e cercavo un parcheggio vicino alla libreria, che stava in piazza di fianco alla caffetteria. Dovevo curiosare alcuni titoli.

Svoltai a sinistra e incrociai un mio ex collega che portava a passeggio il cane.

Accostai a lato della strada per salutarlo.

Mi vide e si avvicinò.

«Parcheggiati laggiù!» mi gridò indicandomi un posto libero.

Feci come mi aveva detto.

Scesi e mi accesi una sigaretta.

Lui mi venne incontro sorridendo.

«Ciao, bello», disse, «che ci fai qui?»

«Sto facendo un giro», risposi buttando fuori uno sbuffo di fumo. «Devo andare in libreria».

«Ho capito. Che mi racconti?»

«Niente di che, caro. Sono tornato ieri dalle ferie e adesso sono qui che cazzeggio. Tu invece?»

«Così così», disse, cercando di controllare il cane col guinzaglio. «Il mio bimbo ha un tumore al cervello, e stiamo facendo avanti e indietro dall’ospedale da due mesi».

«Oh Cristo santo!»

«Già».

«Mi dispiace tanto, caro. Mi hai preso alla sprovvista».

«Sai, ha solo dieci mesi…»

Imprecai e poi aggiunsi: «Non so cosa dire. Ho l’impressione che qualsiasi cosa sarebbe banale».

«Tranquillo, farei lo stesso con te a parti invertite».

«E la tua compagna come sta?»

«Come vuoi che stia? Va avanti…»

«Non so davvero cosa dirti. Immagino che solo chi ci passa sappia veramente che cosa significhi».

«Sì».

Ci lasciammo con una stretta di mano, augurandoci entrambi una buona vita, ma quella notizia mi aveva accoltellato il cuore. La vita era ingiusta. Dio era ingiusto.

Avrei voluto fare qualcosa. Ma cosa?

Cambiai programma, e invece di andare in libreria decisi di andare nella chiesa lì vicino per accendere un cero e pregare. Altro non mi veniva in mente.

Entrai.

C’era solo un tizio seduto sui primi banchi, con le mani protese verso il basso. Probabilmente stava pregando anche lui.

Percorsi la navata di destra, e giunsi dove c’erano l’offertorio e le candele. Dietro, spiccava una grande statua della Madonna. Mi pareva mi fissasse, in attesa che facessi la cosa giusta.

Estrassi il portafogli dalla tasca e frugai nel portamonete: avevo cinquanta centesimi. Li infilai nella fessura, una delle candele si illuminò.

Cominciai a pregare.

Era strano. Era come se tutta la chiesa ascoltasse le mie preghiere, nonostante io le recitassi nella mente passeggiando avanti e indietro.

Sentivo una forza sotterranea che mi attraeva e mi spingeva a non mollare, e a pregare ancora.

Dopo alcuni minuti, però, mi arresi. Mi voltai indietro e feci per andare via.

Una voce femminile mi bloccò.

«Aspetta!» disse. «Prega insieme a me. Quando si prega in due la forza delle preghiere aumenta e allora può darsi che il Signore ci senta meglio».

Protesi il capo in avanti e cercai di capire chi si celava nell’ombra a due passi da me.

Lei, la donna che mi invitava a rimanere, fece un passo verso di me e si fece riconoscere.

Era la suora a cui avevo offerto il caffè nel bar quella mattina.

Rimasi paralizzato dalla sua bellezza che spiccava ancora di più tra le luci soffuse delle candele

«Sei tu…» le dissi. «Non mi aspettavo di rivederti».

«Neanche io», rispose lei. «O forse sì, ma non ci volevo credere. Per uno come te, che ha perso la fede e la fiducia nel mondo, scommetto che sia difficile affidare le proprie speranze a qualcuno che non si vede e non si conosce».

«Sono venuto qui perché il figlio di un mio amico è molto malato», risposi. «Non sapevo che altro fare».

«Hai fatto la cosa giusta».

«Dici?»

«A volte abbiamo solo bisogno di appoggiare la nostra testa sul grembo di Maria e aspettare che lei interceda per noi. Lo so, sembra così astratto e assurdo per quelli come te, ma è proprio per quelli come te che nasce la parola fede».

«E che mi dici di te ?» domandai.

«Di me? Cosa vuoi dire?»

«Sì, di te… Come fai a sapere che ho perso la fede nel mondo? E come facevi a sapere che sarei venuto qua?»

«Questo non ti riguarda. Certe cose appartengono solo alle persone di fede».

«E tu sei una di fede?»

«Tu che dici?»

«Il mio intuito mi dice che prima avevi un’altra vita».

«Tutte le suore hanno avuto un’altra vita prima di prendere i voti».

«Sì, ma scommetto che la tua era particolare».

«Non dovevamo pregare insieme?» disse, fulminandomi con lo sguardo.

«Prima voglio sapere di te», risposi. «È molto raro vedere una bella donna concedersi totalmente a Dio e prendere i voti. Non trovi?»

«Se è per questo, sono strane tante cose nel mondo, ma non possiamo interrogarci su tutto quello che reputiamo insolito ai nostri occhi».

Insistei: «Senti, vieni con me a prendere un caffè. Raccontami della tua vita. Ti prego. Io ti racconterò della mia e chissà, magari tu mi farai tornare ad avere fiducia nel mondo e io riuscirò a capire di più su di te».

«Perché ti interessa così tanto la mia vita?»

«Perché non ho mai visto una donna così bella fuggire da una vita di probabili successi e divertimento per abbracciare la vita di chiesa».

Stette in silenzio, come se le mie parole le avessero graffiato l’anima. Poi si portò le mani al crocefisso e lo strofinò pensosamente, come a domandare al cielo cosa fosse giusto fare.

Non distolsi lo sguardo da lei nemmeno per un secondo. Volevo metterle pressione in modo tale da convincerla.

Lei sostenne il mio sguardo e poi si espresse.

«E va bene», disse. «Se questo potrà scalfire il tuo modo di vedere il mondo e farti recuperare la speranza negli esseri umani, accetto. Ma a una condizione: dovrai pregare per quel bimbo, affinché le cose possano migliorare».

«D’accordo», risposi, tendendole la mano per sancire il patto.

Mentre le stringevo la mano, mi tuffai nei suoi occhi verde smeraldo e immaginai l’estate, il sole, due corpi sudati mentre si scambiano effusioni d’amore in un letto di rose bianche, una scoiattola che si dimena mentre il suo amante scoiattolo se la ingroppa, il suo viso di Venere sporcato di succo lattescente e tutte le cose più belle e sporche a cui potessi pensare.

Poi entrambi ritraemmo la mano, ci scambiammo uno sguardo che voleva dire tutto e niente, e ci demmo appuntamento a casa mia per quella sera.

 

Non potevo fare a meno di pensarci. Non ero di certo il ragazzo più intelligente del pianeta, ma ancora non mi ero rimbambito del tutto. Lei, la suora che presto sarebbe entrata dalla mia porta, nascondeva una vita di peccati, segreti e illusioni che molte donne, soprattutto se attraenti e piene di fascino, vivono.

Aprii il frigo e presi una birra. Dovevo pensare a come farla parlare. Sapevo che sarebbe stata restia a confessarmi la sua sporca verità; per questo dovevo cercare di metterla a proprio agio, senza farla sentire sotto accusa.

La mia non era solo curiosità. Non avevo intenzione di far scoppiare un caso. Tutto ciò che volevo era spogliare un’immagine così impregnata di perfezione, e far riemergere il vero lato umano che ognuno di noi tenta di seppellire per paura del giudizio altrui.

Feci una bella gollata di birra e andai a farmi una doccia.

 

Arrivò l’ora del nostro appuntamento. Avevo riordinato l’appartamento e profumato l’ambiente con uno spray ai mille fiori.

Dopo qualche minuto qualcuno bussò.

«Si?» risposi.

«Sono io… » disse una voce dall’altra parte.

Era lei.

«Arrivo!» le gridai, mentre scrollavo la cenere della sigaretta dal balcone.

Andai ad aprire.

Lei varcò la soglia, facendosi spazio tra le mie spalle e la porta, come se avesse fretta di entrare.

«Facciamo veloce», mi disse. «Ho delle cose da sbrigare».

«Non c’è fretta», ribattei. «Voglio conoscerti bene».

Ci recammo in salotto e la feci accomodare sul divano.

«Fumi ?» le chiesi, porgendole il pacchetto di sigarette.

«No. Ho smesso».

«E per quale motivo? »

«Ho cominciato a contemplare l’idea di non morire giovane».

«Eppure sei già morta».

«Cosa?»

«Sì, insomma… Ti sei privata di tutto quanto c’è di bello nel mondo, per assecondare una fede che scoprirai essere un amore senza scambio».

«Non ti permetto di parlare così!»

«Lo sai che ho ragione. Te lo leggo negli occhi!»

«Tu non leggi un bel niente! Ho fatto delle scelte, magari a te poco comprensibili perché vuoi vedere solo quello che gli altri ti fanno vedere, ma io sono fiera di ciò che sono e di quello che faccio!»

«Chi ti ha insegnato a rispondere così? Gesù?»

«Smettila, o me ne vado».

«Lo vedi? Hai paura di affrontare la verità…»

«E quale sarebbe la verità? Sentiamo!»

«Che sei bellissima…»

«E questo cosa vorrebbe dire?»

«Che ti amo e voglio fare l’amore con te».

La suora scoppiò a ridere.

«Non essere sciocco! Tu vorresti fare l’amore con me?»

«È così strano?»

«Il mondo è pieno di belle donne, anche più belle di me. Quindi sì è strano».

«Come mai hai deciso di prendere i voti?»

Inspirò profondamente, e buttò fuori l’aria. Sentivo che si stava preparando ad aprirsi e a raccontarmi qualche frammento della sua vita. Ma poi all’improvviso si bloccò.

«Dimmi», la incalzai.

«Ho fatto la spogliarellista in un night club per tanti anni, finché non mi sono ritrovata a fare la prostituta per strada, per dare da mangiare a mio figlio».

Rimasi di pietra. Intendo dire, che mi aspettavo che nascondesse qualcosa di grosso, ma che fosse un ex prostituta non mi era passato minimamente per la testa.

«Cazzo… e poi?» le chiesi, passandomi una mano tra i capelli.

«Poi mio figlio si è ammalato, e allora ho fatto un voto alla Madonna. Le ho chiesto di salvarlo e in cambio avrei cambiato completamente vita».

«E tuo figlio si è salvato?»

«Si. Cristian si è salvato, anche se poi ho dovuto abbandonarlo per seguire la mia strada. Ma l’importante è che ora sta bene. Solo di questo mi importa».

«E lui sa chi sei? Voglio dire… sa che esisti?»

«Pensa che io l’abbia abbandonato. L’ho affidato a mia sorella. Entrambi ora vivono al mio paese di origine».

«Di dove sei?»

«Sono nata in Italia da padre italiano, ma mia madre era albanese, quindi per metà sono di lì».

«A questo non ci ero arrivato».

«Già».

«Tieni», dissi, offrendole di nuovo il pacchetto. «Fuma così ti rilassi».

«Certo che sei testardo. Ti ho detto che ho smesso».

Feci spallucce. Sfilai un’altra sigaretta dal pacchetto e me la portai alla bocca. Poi, lanciai un’occhiata alla mia ospite, quasi a sottintendere che la desideravo più di ogni altra cosa.

Accesi la sigaretta e ricominciai con “l’interrogatorio”.

«Come ti chiami?» le chiesi.

«Ana è il mio vero nome, ma per te sono Suor AnnaMaria».

«Suora o meno, io ti voglio portare a letto stasera e niente mi impedirà di farlo».

«Smettila, o mi alzo e me ne vado».

«E dove?»

«Potrei rivolgermi alla polizia».

«Ah sì? E cosa gli racconterai? Che sei una ex prostituta che ha abbandonato suo figlio per servire il Signore?»

«Dovresti pregare, sai…» mi disse, alzandosi dal divano e imboccando il corridoio che portava all’uscita. «Dovresti pregare per la tua anima dannata».

«Grazie. Ma a me piace la mia anima dannata e ti sconsiglio di andartene prima di avermi fatto assaggiare la tua passera bagnata».

Mi alzai di scatto e le balzai di fronte. I suoi occhi mi affrontarono con compassione e durezza. Ma io adoravo il modo in cui mi guardava. Sogghignai e le passai la mano sulle chiappe.

«Se non fai l’amore con me, racconterò a tutti del tuo passato. Non sto bleffando. Dico sul serio».

«Non lo faresti mai».

«Sì, invece. Te lo giuro».

Mi lanciai contro le sue labbra, cercando di farmi spazio con le mie. Lei provò a respingermi, allontanandomi con entrambe le mani.

Io le afferrai, gliele piegai dietro la schiena, bloccandole con forza.

«Baciami puttana!» le gridai.

«No! Vaffanculo!»

«Vaffanculo tu! Baciami!»

Cercò di resistermi più che poté, ma la mia lingua era in procinto di saettare contro la sua e farsi massaggiare delicatamente.

Dopo alcuni tentativi si arrese e mi baciò.

Fu il bacio più bello della mia vita.

Le lasciai libere le mani e le strinsi il seno. Era prosperoso e sodo.

Quando mi staccai dalla sua bocca, mi accorsi di avere il pene duro come marmo. Feci voltare Ana contro la porta di casa, le alzai la veste e spinsi il mio bacino contro il suo.

Sentivo che si stava eccitando.

«Allora? Ti Piace?» le chiesi.

«Vai al diavolo, porco!»

Mi sbottonai la patta dei pantaloni e lo tirai fuori. Era grosso e violaceo. Me lo trastullai qualche secondo, tenendo gli occhi piantati sulle sue chiappe, poi le scostai le mutandine e lo infilai fino in fondo.

Ebbi la conferma che era eccitata da quanto era bagnata la sua passera. Mi esaltai, e diedi un colpo in profondità per farle sentire tutta la mia virilità.

«Ah, cosi!» esclamai.

Lei gemette.

Continuai con colpi lenti e ben assestati. I miei occhi rimbalzavano tra una chiappa e l’altra, poi tra il suo culo e la sua faccia – appoggiata su una guancia alla porta – che lasciava trapelare disprezzo ed estasi allo stesso tempo.

Mi sentivo potente. Mi sentivo in grado di venire in faccia a Dio e farla franca.

Continuai a darci dentro con più forza, finché sentii che ero pronto all’atto finale, quindi estrassi il pene dalla sua vagina e le sborrai sul culo.

Strofinai il mio uccello ancora un po’ sulla sua pelle, giusto per farle sentire tutto il mio piacere scivolarle giù fino alle cosce.

Poi feci un passo indietro e me lo rimisi dentro.

«Ora sì», dissi, respirando forte. «Adesso, posso ritenermi soddisfatto. È stata la scopata più bella della mia vita!»

«Che tu sia dannato!» mi disse, ricomponendosi e aprendo la porta di casa.

«Dai, non fare così, piccola. Sentivo che ti piaceva».

Mi lanciò un’occhiata di disprezzo e sparì senza più voltarsi indietro.

 

Passarono alcuni mesi, e un giorno mentre tornavo a casa a piedi, ubriaco fradicio, trovai ad aspettarmi davanti al portone di casa un tipo piuttosto grosso, vestito male e trasandato.

«Sei tu il ragazzo che ha scopato con la mia ex?» mi domandò.

«Non so di cosa parli», risposi, cercando di evitare il suo sguardo.

«Amico, non so chi tu sia, ma hai fatto la cazzata più grossa della tua vita».

Tirò fuori un coltello a serramanico dalla tasca dei jeans e fece scattare la lama.

«Senti, bello», gli dissi, «non fare qualcosa di cui potresti pentirti. Io non ho fatto niente. Te lo posso giurare sulle buone anime defunte dei miei genitori. Credimi».

«I tuoi genitori quali? Quelli che mi hanno indicato con precisione dove abiti?»

«Come, scusa?»

«Sei proprio una faccia di merda. Lo sai che Ana ha abbandonato il convento e adesso è in cura da uno strizzacervelli?»

«Ok, amico, mi dispiace», replicai. Cominciavo a sudare freddo e il mio cuore accelerò di colpo. La morte era venuta a presentarmi il conto per ciò che avevo fatto. «Non ero in me, te lo giuro. Ero fuori di senno. Ti prego: non farmi del male. Mi farò perdonare, te lo prometto».

«Troppo tardi, stronzetto!»

Il tizio si avvicinò, mi afferrò per il collo e mi piantò una coltellata nella pancia.

Sentii una fitta lancinante allo stomaco e vidi la lama uscire veloce dal mio corpo burroso.

«Mandami una cartolina dall’inferno, quando ci arrivi», mi sussurrò l’uomo  all’orecchio.

Mi portai entrambe le mani sul ventre, laddove mi aveva colpito, e caddi in ginocchio sull’asfalto.

Sapevo che l’avrei pagata cara un giorno, per le mie stronzate, ma non mi aspettavo che sarebbe successo a causa di una suora.

Il tizio pulì la lama del coltello con un fazzoletto, e poi si incamminò dalla parte opposta, lasciandomi per terra agonizzante.

Mi sentii in colpa per quello che avevo fatto. Mi sentii una merda gigantesca e quasi ero contento che qualcuno mi avesse reso il favore.

Strisciai fino al portone di casa, lasciando dietro me una scia di sangue che avrebbe solo provato quanto codardo e stronzo fossi.

 

 

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