L’arte della meditazione

di Francesco Roat

Meditatio è vocabolo latino il quale indica riflessione/concentrazione; con esso si indicava dunque, in antico, un’attività prettamente mentale, anzi razionale in sommo grado. Cosa alquanto diversa da quanto intendiamo oggi col termine meditazione, dopo che l’Occidente ha recepito il significato che essa assume per la spiritualità orientale, dove la prassi meditativa ha da sempre ben poco a che fare col pensiero e/o col ragionamento; anzi potremmo dire che la meditazione, intesa in tal modo, tende piuttosto a superare ogni tipo di pensieri, concetti, formule mentali. Ma Meditatio è pure il titolo dell’ultimo saggio di Maciej Bielawski intorno alla questione/pratica meditativa, giacché essa si è diffusa da tempo e ampiamente pure in Italia. Il problema è che numerose sono le scuole meditative: siano esse taoiste, induiste, buddhiste, zen, cristiane, musulmane, ebraiche, e chi più ne ha ne metta.

Inoltre, fa presente Bielawski: “La meditazione può essere seduta o camminata, immobile o dinamica, silenziosa o verbale, ballata o dipinta, centrata su immagini o sul vuoto, rigida o flessibile”. Quindi senza dubbio difformi sono le metodologie proposte, ma chi intendesse prendere in considerazione l’idea (no, assai meglio il proposito) di meditare non deve spaventarsi, poiché se è innegabile che esistano innumerevoli strategie/vie meditative, resta il fatto che ‒ come dice un vecchio detto popolare ‒ ogni strada finisce per condurre a Roma, o in altri termini tutti i metodi sono validi se una volta scelto questo o quel cammino ci si renda conto che si tratta di praticarlo con una certa costanza e cura.

Un altro aspetto va considerato, a prescindere da qualsivoglia indirizzo di meditazione a cui ci si intenda rivolgere, ‒ osserva l’autore ‒ e cioè che si tratta di vie spirituali all’insegna della gratuità, dell’accettazione e della rinuncia al conseguimento di questo o quell’obiettivo. Detta altrimenti: una cosa è il training autogeno, altra la meditazione. Nel primo caso, e/o con tecniche analoghe, miriamo a sentirci meglio, a rilassarci, ad ottenere un miglioramento del nostro stato psico-fisico; nel secondo caso non abbiamo invece un obiettivo preciso, in quanto ‒ dice bene Bielawski ‒: “Non bisogna accostarsi alla meditazione per ottenere secondi scopi non allineati con il vero scopo della meditazione che è la meditazione stessa”.

Apparentemente questa affermazione suona come una tautologia e può risultare paradossale; ma i paradossi non vanno rifiutati bensì abitati. L’eccentricità è comunque connessa al fatto la meditazione non si può spiegare o meglio piegare costringendola entro gli angusti paradigmi della logica di stampo occidentale. Giocando con le parole potremmo dire che il suo logos, il suo discorso (la sua Weltanschauung o visione del mondo, per dirla coi filosofi tedeschi) è altro. Ovvero la meditazione, sottolinea acutamente Bielawski ‒ rappresenta una sorta di cavallo di Troia per l’epistemologia occidentale, perché: “relativizza l’assolutismo della ragione”.

Meditare, osserva ancora l’autore, è non solo un modo di porsi nei confronti della vita e del mondo ma una vera e propria arte, la quale ha a che fare con soma, psiche e spirito. E: “L’artista della meditazione afferra il suo corpo cercandogli la posizione armoniosa tra teso e rilassato. Accarezza con l’attenzione il suo respiro con meraviglia legandolo all’anima del cosmo. Sprofonda nei suoi pensieri cercando la loro sorgente e contemplando il loro scorrere attraverso una frase da lui prescelta verso l’oceano dell’infinito. Sta dentro la domanda e ascolta”.

Ho citato per intero questo aforisma bielawskiano, che riassume un po’ tutto il libro, per dare un’idea al lettore di come/quanto sia poetico questo baedeker, questo puntuale ma ironico e autoironico libretto d’istruzioni per l’uso della meditazione, dalla scrittura icastica e insieme pregnante: sorta di breviario laico, ricco di metafore luminose, intuizioni felici, suggestivi aneddoti esperienziali. Questo per il semplice fatto che: “Il meditare di oggi richiede una cornice che non sia di una spiegazione esaustiva e chiusa, ma di apertura e di aiuto per meditare meglio e per comprendere quanto ci sta accadendo in modo adeguato”.

Così il problema non è quale sia la tecnica migliore per una meditazione ottimale. Si eserciti la nostra consapevolezza sul respiro, su un mantra, su quando sta all’esterno o all’interno di noi, poco importa. Parallelamente altrettanto poco conta riferirsi a questo o a quel guru. Sono d’accordo con quanto scrive lo studioso polacco: “Bisogna diventare se stessi, non discepoli di qualcuno. La via della meditazione è una via di libertà che include anche libertà dai maestri”.

Ma allora, in conclusione, perché si medita o si dovrebbe meditare facendo silenzio dentro di noi?  Dovremmo forse farlo: per accogliere a cuore aperto tutta la realtà senza avversioni o attaccamenti ‒ come ripete spesso l’insegnante di meditazione Andrea Schnöller ‒, per trovare equilibrio, quiete, Dio, o un senso al nostro stare al mondo.

Bielawski non propone ricette a buon mercato, semmai suggerimenti, constatazioni personali, indicazioni allusive, risposte tese solo ad aprire nuove domande; come l’osservazione che meditiamo talvolta “perché la vita incanta” e talaltra “perché la vita ci disincanta”. Sarà che non c’è modo di rispondere al perché dell’esistenza e della meditazione. O lo si può fare solo in modo poetico, alla maniera di Angelus Silesius che, parlando del fiore che simboleggia vita, bellezza e amore, afferma: La rosa è senza perché. Fiorisce poiché fiorisce, / Lei a se stessa non bada, non chiede che la si guardi.

Maciej Bielawski,

Meditatio,

Etabeta,2019,

pp. 172, euro 16,00

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