Le barzellette italiane: per ridere e per riflettere

La maestra chiese allo scolaro due pronomi e questo ragazzino, che molto studioso non era mai stato, rispose senza esitare «Chi? Io?» sperando che la domanda non fosse rivolta a lui e facendo quindi di tutto per evitare l’interrogazione: non ci possono essere dubbi sul nome dello scolaro. Si tratta di Pierino, il famoso monello delle barzellette. E forse non ci sono dubbi nemmeno sul nome di chi racconta questa storiella riportata naturalmente in modo più incisivo e legato alla tradizione orale sulle pagine del libro Le barzellette italiane: è Carlo Lapucci, appassionato studioso delle radici popolari italiane e di tutto ciò che, all’insegna della tradizione e di un vorticoso tramandarsi di usi e costumi, di letteratura e di folklore, si trasmette soprattutto per via orale ma ha bisogno, di tanto in tanto, di un’attenta opera classificatoria tesa a preservare la memoria e a ricordarci da dove veniamo, da dove provengono o da dove provenivano i nostri padri e la lingua che parlavano.

Pierino ricevette i complimenti della maestra «bravo Pierino, si vede che oggi hai studiato»: noi invece difficilmente avremo finora studiato il fenomeno “barzellette” nelle sue implicazioni sociali e linguistiche, nella sua dimensione storica. La storia della barzelletta comincia con l’interrogarsi sull’etimologia del termine stesso… e alcune etimologie sono davvero assurde e improbabili: come annota l’autore «sono in molti casi barzellette involontarie, intese come facezie o frottole»! Hanno un certo credito invece le etimologie che si raccordano a belzerette (voce attestata fin dal 1504) o al francese bergerette: belzerette come breve canzone a ballo popolare. Quello che è sicuro è che barzelletta non trova sinonimo in fandonia o frottola, in ciancia o in narrazione bugiarda: eppure i vecchi dizionari spesso al lemma barzelletta non trovavano di meglio che presentare uno di questi termini, promuovendolo a sinonimo anche se ciò era una forzatura. Altra forzatura si rilevava nel notare come, anche in presenza di ambito definitorio sostanzialmente corretto, sovente la collocazione sostanzialmente conversazionale della barzelletta fosse sottovalutata e inoltre, esplicitamente o tra le righe, il valore attribuito alla barzelletta fosse comunque assai basso: «un gioco da tempo perso se non da oziosi» e «strumento di comunicazione del pensiero usato da persone ignoranti, semplici». Semplicità? Dipende, non tutto è così banale o scontato e Lapucci ci ricorda come in queste brevi narrazioni popolari ci sia nascosto «ben più di quello che siamo comunemente disposti a credere»!

 

Carlo Lapucci

Le barzellette italiane

Farsa umana e filosofia sommersa nelle storielle popolari

Sarnus, 2014

pp. 262, euro 16,00

 

 

Articolo di Federico Mussano

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