L’Editoriale. “Dedicato alle Donne” di Giuseppe Marchetti Tricamo

di GIUSEPPE MARCHETTI TRICAMO

Rosa Oliva

“Voi donne siete meglio di noi. Non pensiate che gli uomini non lo sappiano; lo sappiamoo benissimo, e sono millenni che ci organizziamo per sottomettervi, spesso con il vostro volenteroso aiuto. Ma quel tempo sta finendo. È finito”. L’autore di questa frase è un buon giornalista che fiuta il vento e lo tramuta in successi editoriali.
È persona credibile e quanto afferma è condivisibile. Si chiama Aldo Cazzullo ed è a tutti noto, soprattutto a chi legge il Corriere della sera. Il suo libro ha per titolo Le donne erediteranno la terra ed è stato pubblicato da Mondadori.
In molti siamo convinti che il tempo della prevaricazione dell’uomo sulla donna si è avviato verso il tramonto. È una certezza che ricaviamo leggendo l’interessante Cinquant’anni non sono bastati di Anna Maria Isastia e Rosa Oliva (Scienza express edizioni). Ma da quando è iniziato tutto questo? In Italia, con le elezioni amministrative e con il referendum del 1946. Anche in questo caso i politici-uomini cercarono di resistere. Un primo decreto (legislativo luogotenenziale del 24 giugno 1944) prevedeva il suffragio universale, quindi il voto alle donne, per l’elezione dell’Assemblea costituente, ma chi redasse il decreto dimenticò di inserire l’eleggibilità delle donne.
Quindi le donne avrebbero:potuto votare, eleggere ma non essere elette. Si disse che si era trattato di un “lapsus” e si rimediò, sette mesi dopo,con un altro decreto (31 gennaio 1945), così fu possibile eleggere 21 donne su 556 componenti. Si rendeva in tal modo giustizia alle molte donne che avevano combattuto, che si erano impegnate, che avevano sacrificato le loro stesse vite per far nascere, crescere e difendere l’Italia (nel Risorgimento, nella Grande Guerra, nella Resistenza). Nomi lontani e più vicini, da Cristina Trivulzio di Belgioso (che se fosse stata un uomo sarebbe più famosa di Garibaldi) a RitaAnselmi (diciassettenne staffetta partigiana) a Rita Levi Montalcini (la ragazza ebrea che riuscì a laurearsi a Torino nel 1936 ma subito dopo, per sfuggire alle leggi razziali, fu costretta a emigrare in Belgio).
Un passo avanti, in verità, era stato compiuto nel 1919 quando venne riconosciuta alle italiane la capacità giuridica. Prima di allora non potevano stipulare contratti perché la loro parola, il loro nome, la loro firma non valevano niente. Un’altra significativa rivoluzione, forse inattesa, si registrò alla fine degli anni ’50, quando Rosa Oliva, una ragazza che oggi è un’indomita signora (la definizione è di Ileana Alesso, che la riporta nel libro Il Quinto Stato. Storia di donne, leggi e conquiste. Dalla tutela alla democrazia paritaria, Franco Angeli), conseguita con successo la laurea in Scienze politiche, decise di mettere energiee formazione universitaria a disposizione delle istituzioni, dello Stato. Aveva studiato con profitto il diritto costituzionale e quindi aveva dimestichezza con la Costituzione della nostra Repubblica. L’aveva letta e riletta, perciò conosceva bene gli articoli 3 (uguaglianza di fronte alla legge) e 51 (uguaglianza nell’accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive).
Che bello, pensò Rosa, dopo tanto studio potrò fare il prefetto. È di questa sua “legittima ambizione” che si parla nel libro da lei curato con Anna Maria Isastia e anche in Cara Irene, ti scrivo. Un messaggio alle donne e agli uomini di domani (Scienza express edizioni).
Ma qual era l’Italia di quello scampolo di anni ’50 e degli anni ’60? Nel Paese si respirava aria di crescita economica e di modernizzazione, ci si avviava a raggiungere la piena occupazione e la politica apriva al Centrosinistra. Ma come si stava quanto a progresso sociale e civile e qual era la condizione femminile? Lo ricorda Emma Bonino: “non era neanche paragonabile ad oggi… le donne non potevano accedere a molte carriere… e la loro partecipazione alla vita economica e politica non era percepita come una priorità ma considerata una stravaganza di cui diffidare”.
E Rosa Oliva, giovane laureata, ha dovuto constatare che pur in presenza degli articoli 3 e 51 della Costituzione, le veniva impedito di realizzare un sogno, di partecipare al concorso per la carriera prefettizia. Da quel rifiuto è partita un’importante battaglia giuridica, condotta da Oliva e sostenuta da Costantino Mortati, il quale non apprezzò che la Costituzione, che lui aveva collaborato a scrivere, non venisse rispettata. Si arrivò così alla sentenza n. 33/1960 della Corte Costituzionale che, abolendo la discriminazione di genere nelle carriere pubbliche, ha contribuito a fare dell’Italia un Paese più giusto e moderno. Da allora Rosa Oliva è un po’ la Olympe de Gouges nostrana. “Senza le donne l’Italia sarebbe più povera e più ingiusta. Siete il volto prevalente della solidarietà. Il volto della coesione sociale”. È quanto ha affermato, in tempi recenti, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. I fatti raccontati oggi sembrano scontati, ma fino alla metà del secolo scorso non lo erano affatto. Il percorso per la parità dei diritti è stato lungo, lento e sicuramente faticoso (è ricordato anche in Donne della Repubblica , Il Mulino), per questo è importante l’impegno delle donne, ma anche degli uomini, per mantenerla. Il fervore delle donne c’è tutto. Lo confermano le notevoli testimonianze contenute nel libro.
Abbiamo parlato di donne, meno di uomini. Ma è tempo ormai che le donne e gli uomini siano valutati esclusivamente per le loro qualità e per il loro operato.

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