L’editoriale di gennaio-febbraio 2016. Oltre le parole

di Giuseppe Marchetti Tricamo

Cinquecento nuove parole sono diventate parte della lingua italiana e il noto vocabolario Zingarelli (Zanichelli editore, 2688 pagine, 65 euro), tra i più consultati, le accoglie nell’edizione 2016 aggiungendole alle 144mila voci e ai 380mila significati presenti nell’opera. Questi nuovi termini arricchiscono o inquinano l’italiano? Ci aiuteranno a percepire la trasformazione del Paese e quindi a comprendere e a dialogare con le generazioni del mondo digitale? Capiremo che mestiere è fare il web-designer o il blogger? Come si interagisce con il touch screen? Cosa ci offrono quando ci chiedono se vogliamo un macaron? E se la televisione ci invita ad assistere a un cooking show? Soltanto conoscendo questi termini saremo smart, alla moda, vincenti e pronti allo storytelling, a narrare. Perché lo storytelling, diventata disciplina autorevole, ha sostituito l’antica narrazione appannaggio esclusivo degli scrittori e oggi, rivisitata, affascina un po’ tutti. Fanno storytelling la comunicazione per emozionare il pubblico, il marketing aziendale per fidelizzare i clienti, la pubblicità per aumentare la visibilità del prodotto, i politici per moltiplicare i sostenitori e gli elettori. Quindi, molto storytelling in funzione di branding e di business. E, se siamo impegnati in pubblicità, dopo aver messo a punto una copy strategy, ultimato storyboard, haedline e claim, possiamo con il tablet dedicarci alla lettura di alcune pagine di un libro o con lo smatphone cogliere e fissare in un selfie un nostro momento di relax.
Molti inorridiranno di fronte a questa che considerano un’invasione e un imbarbarimento della nostra lingua. Di alcuni di questi inflessibili potrei fare i nomi. Frequentemente con loro, neopuristi della lingua italiana, ci soffermiamo sull’argomento, giungendo a convenire con Umberto Eco che “le parole straniere non fanno affatto bon ton” (è una delle sue quaranta regole per parlare l’italiano). A tutti, per fugare ogni preoccupazione, giro la precisazione dello stesso Zingarelli che cioè sono meno del due per cento le nuove parole di derivazione straniera, peraltro utilizzate per riempire un vuoto che la nostra lingua non ha colmato. Quindi, nessun rischio di contaminazione? Un’apprezzabile occasione di scambio tra culture? Più volte è la politica a far da tramite all’importazione di termini dalle lingue straniere e trova, ovviamente, nei telegiornali e nei quotidiani i complici zelanti per la loro diffusione. Alcune voci sono entrate nel vocabolario italiano per effetto delle trasformazioni intervenute nello scenario politico e sociale internazionale. Dal Nord Africa e dal Medio Oriente ci sono giunti termini arabo-mussulmani. E così la voce jihadista, seguace della jihad, con il 2016 è arrivata sullo Zingarelli, come pure, tra le sigle, Isis (Islamic State of Iraq and Syria) o più sinteticamente Is (Stato islamico). Parole ben diverse e indubbiamente più inquietanti di quelle che ci ha trasmesso quella parte del mondo in secoli lontani e che sono state italianizzate (algebra, elisir, magazzino, zagara, zibibbo…). Allora si è trattato però di una interazione, di uno scambio tra due civiltà. Infatti, sono state introdotte nella lingua araba parole italiane, usate ancora oggi (bursa, cūntratū, fātura, kambyāla…)
Il lessico di un Paese cambia di anno in anno per effetto delle mode e dei costumi. Notiamo che alle nuove parole talvolta sono le vecchie a lasciare spazio perché il loro uso è diventato meno frequente. Nessuna parola è immobile, diceva Goethe. La televisione, la radio, i giornali e noi stessi siamo gli artefici di questi mutamenti. Ma i termini che non hanno retto alla prova del tempo perdendo fascino vanno rottamati con tutta la loro storia? No, per lo Zingarelli, anche se gli obsoleti sono tremila (non si è moderni se ancora si usano ingente, diatriba, leccornia, ledere, perorare?). Sono certo di acquisire il consenso di tutti voi nell’esprimere l’auspicio che siano cancellate da tutti i dizionari e dai comportamenti umani – connessi alla politica, all’economia, all’etica, alla socialità – parole come integralismo, razzismo, discriminazione, censura, pregiudizio, individualismo, egoismo, disuguaglianza, corruzione… Mentre vanno assolutamente mantenute, anzi esaltate: legalità, spesso latitante nelle attività private e pubbliche; solidarietà, che è comprensione e sostegno per coloro che hanno bisogno di aiuto; accoglienza, poco compresa dalla comunità internazionale che continua ad alzare muri per bloccare i migranti senza capire da quali drammi fugge quella gente (per poi piangere lacrime di coccodrillo davanti all’immagine del piccolo Alan Kurdi riverso senza vita sulla spiaggia di Bodrum); libertà, quella negata in questi giorni ai cinque librai-editori della “Causeway Bay Book” di Hong Kong che sarebbero stati rapiti perché non graditi a Pechino; dignità, la considerazione e il rispetto che dobbiamo a noi stessi (e al nostro Paese) e che deve caratterizzare il nostro comportamento nei confronti degli altri. Se è vero com’è vero che in tempi recenti queste ultime parole si sono un bel po’ logorate, tutti noi, che le consideriamo fondamentali per il convivere democratico, difenderemo i valori che esse racchiudono. Nella speranza di un futuro migliore, oltre le parole. Buon 2016!

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