L’editoriale di Leggere:tutti n. 110 marzo 2017. “Quale mondo nuovo?” di Giuseppe Marchetti Tricamo

DI GIUSEPPE MARCHETTI TRICAMO

Ai ragazzi di quarant’anni fa, l’Italia del 1977 appariva un Paese cristallizzato, con una classe politica immobile nei privilegi, che taluno dei suoi componenti integrava con benefit non sempre ortodossi. Il loro disagio era forte e il malcontento diventò un combustibile. Il boom economico era ormai un ricordo lontano e da Nord a Sud si respirava un’aria di recessione e di precariato, che sarebbe rimasta a lungo stagnante, bloccando prospettive per il futuro e progetti di vita. Quel combustibile bruciò vite incolpevoli, di studenti, di agenti delle forze dell’ordine, di giornalisti. Alcune città furono avvolte da un’atmosfera terribilmente opprimente, autoblindo, manganelli, molotov e pistole, attacchi e cariche fecero parte della quotidianità. Immagini che sono rimaste scolpite nella memoria individuale e collettiva, come la foto dello sparatore solitario (così lo definì Umberto Eco) di via De Amicis a Milano (Luca Falciola, Il movimento del 1977 in Italia, Carocci). A Roma, per cercare di spegnere l’incendio della “rivolta studentesca” e far liberare l’università occupata, i sindacati organizzarono alla “Sapienza” una manifestazione unitaria, camuffata da visita, delegando a parlare il potente segretario generale della Cgil Luciano Lama. Salì sul palco e subito scoppiò un boato di urla, seguito da una pioggia di sassi e dalla cacciata sua e degli operai che l’accompagnavano. L’episodio fu la conferma che il conflitto era politico e culturale. E che quello scontro era “la rappresentazione plastica di due società: da una parte c’erano i ‘garantiti’, operai, consigli di fabbrica, insegnanti, lavoratori del terziario, insomma la prima società. Dall’altra gli studenti, il precariato intellettuale, l’area degli emarginati, la seconda società dei ‘non garantiti’ (intervista ad Alberto Asor Rosa di Simonetta Fiori, la Repubblica, 12 febbraio 2017). Una lotta sociale, quindi, con venature di violenza spontanea o programmata. Ma il “movimento” fu anche altro. Nella “notte della Repubblica”, come Sergio Zavoli definì quel periodo, oltre alla corrente dura e intransigente di “Autonomia operaia” ce ne fu un’altra, non violenta, di creatività e di cultura trasgressiva, alla quale appartenevano anche gli “Indiani metropolitani”: si esprimeva attraverso fumetti, riviste underground, graffiti, satira e radio libere e si sarebbe poi riconciliata con il resto del Paese. Carlo Rovelli, che ha partecipato al “movimento”, conserva di quel periodo un ricordo “magico” perché ha “aperto un percorso”. C’era molta voglia di cambiare, che si scontrava però duramente con la realtà. I grandi sogni quando svaniscono, ha scritto Rovelli, “talvolta lasciano tracce che continuano ad agire in profondità sul tessuto mentale della civiltà” (Corriere della sera, 15 febbraio 2017).

C’era stato il Sessantotto, ma quali valori nuovi aveva apportato alla nostra civiltà e lasciato in eredità ai ragazzi del Settantasette e al Paese? Forse qualche disillusione e qualche sogno abbandonato? Quella stagione, fra le più tumultuose da noi vissute, fenomeno di dimensioni geograficamente estese, aveva avuto come filo conduttore la contestazione del modello neocapitalistico (al quale venivano attribuiti tutti i mali e pertanto i malumori del mondo) e di ogni istituzione fondata su principi gerarchici e di autorità (famiglia, scuola, esercito, polizia, magistratura, burocrazia, partiti). Qui, da noi, ad accendere la scintilla fu il movimento studentesco. Altrove le micce furono il “maggio francese”, la “primavera di Praga”, le barricate tedesche di Rudi Dutschke e Daniel Cohn-Bendit, in Spagna la rivolta contro il regime franchista, a Berkley l’opposizione alla guerra in Vietnam e il sostegno al movimento non-violento di Martin Luther King. In Messico la repressione fu tragicamente dura: studenti e lavoratori che manifestavano contro il governo vennero massacrati dai granaderos di Gustavo Diaz Ordaz. Oriana Fallaci, ferita, ne fece il racconto al Telegiornale dal letto di un ospedale.

Eventi che sono materia per saggi e romanzi. Era un mondo nuovo la speranza di quei giovani. Molti artisti si trovarono su fronti contrapposti, dibattuti (come anche l’intellettualità progressista e i partiti democratici) tra rinnovamento e chiusura: infatti, mentre Antonio Pietrangeli componeva per il “movimento” canzoni come Valle Giulia (“Hanno impugnato i manganelli/ e hanno picchiato come fanno sempre loro;/ ma all’improvviso è successo/ un fatto nuovo:/ non siam scappati più!”), Pier Paolo Pasolini rispondeva in versi (“Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte/ coi poliziotti,/ io simpatizzavo per i poliziotti./Perché i poliziotti sono figli di poveri”).

Nel “movimento” si espresse anche l’insoddisfazione delle donne nei confronti della società, che poi si sviluppò autonomamente in un percorso di conquiste sacrosante per i diritti civili e per la parità di genere.

Ma cosa è rimasto di quegli anni? Quelle generazioni hanno attraversato partiti e istituzioni, università e aziende, giungendo ai vertici. Quanti di quei valori sono diventati collettivi e quanti sono rimasti individuali? Non è stata purtroppo cancellata quella incomunicabilità tra la politica e il Paese che ha fatto molti danni e che oggi rischia di alimentare ancora di più i populismi.

Questo anniversario del Settantasette offre l’opportunità di riflettere sul passato, ma anche di capire questo mondo nuovo nato dalla rivoluzione tecnologica e accettarne la sfida. I giovani stanno un passo avanti.

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