L’editoriale di ottobre-novembre 2016. “Ogni giorno di più” di Giuseppe Marchetti Tricamo

DI GIUSEPPE MARCHETTI TRICAMO

Si ritiene che in futuro vivremo in una società intrisa di indifferenza ed egoismo. Ma avendo una conoscenza, seppure marginale, delle condizioni della nostra società ci assale un dubbio, che esplicitiamo nella domanda: non stiamo per caso già vivendo nel nostro futuro? Che il mondo sarebbe cambiato eravamo stati già avvisati. A esternare riflessioni sull’argomento è stato, tra gli altri, il canadese Herbert Marshall McLuhan, che in uno dei suoi primi testi (La Galassia Gutenberg, Armando) iniziò a interessarsi agli effetti che il passaggio dalla cultura tipografica a quella digitale avrebbe prodotto sulla vita dell’uomo. Un passaggio talmente invasivo da rappresentare un mutamento antropologico.

McLuhan, al centro della scena per anni, è il sociologo il cui pensiero è stato sintetizzato con la frase “il medium è il messaggio” nella società del tutto-e-subito di un mondo diventato così piccolo da potersi definire “villaggio globale”. Questo per effetto dell’evoluzione dei mezzi di comunicazione che, fornendo informazioni in tempo reale, hanno ridotto le distanze ibridando culture, tradizioni, linguaggi e visione della vita. Il sociologo è noto agli studiosi di comunicazione e al pubblico più vasto dei lettori anche per la sua classificazione dei media in “caldi” e “freddi” (aggettivi da lui adoperati in senso opposto al loro autentico significato). Un medium caldo permette meno partecipazione e coinvolgimento da parte del fruitore di un medium freddo. A determinare la differenza è il numero degli organi sensoriali coinvolti. Un esempio per rendere più chiara la distinzione? Ad avviso di McLuhan, la televisione, che impegna l’occhio e l’orecchio, è più fredda del libro, che invece coinvolge soltanto l’occhio (Gli strumenti del comunicare, Il Saggiatore). Marshall McLuhan è un autore tra i più controversi, per alcuni con intuizioni profetiche, per altri assolutamente privo di rigore specialistico. Quando, però, si parla di comunicazione, è lui a essere citato, talvolta anche a sproposito. Questa particolarità viene richiamata anche da Woody Allen in Io e Annie, nella scena che si svolge al botteghino di un cinema dove uno spettatore per far colpo sulla ragazza cita il sociologo ed è lo stesso McLuhan, coinvolto dal regista in una comparsata, a rispondere recitando la frase “lei non ha capito assolutamente nulla del mio lavoro”.

A noi di McLuhan intriga anche il riferimento al tema dell’identità, questione che riemerge in tempo di crisi e di cambiamento, quando l’orizzonte è nebuloso, il futuro diventa incerto e la gente è disorientata e in preda all’ansia. “Uno dei grandi sintomi della perdita di identità è la nostalgia” quando ci si acquatta nei ricordi, “nel revival dell’abbigliamento, dei balli, della musica, degli spettacoli”. Ma c’è anche il rischio che ci assalga un pizzico di malinconia guardando il remake e il sequel di un film, l’ambientazione rétro di una serie tv o la riproposta di un frammento di RaiTeche. E potrebbe farci lo stesso effetto riascoltare una canzone d’altri tempi tra i fruscii e i crepitii di un vecchio vinile o riguidare la Citroën 2CV Charleston.

Una risposta all’accelerazione che ha subito la nostra società è arrivata dal movimento Slow, che vuol restituirci il tempo necessario, individuale e collettivo, per migliorare il nostro stile di vita. Per l’educazione al gusto e per apprezzare la qualità del cibo (noi lo faremo con scrittori e chef a Montecatini, dal 14 al 16 ottobre, al Food&Book) c’è Slow Food (Carlo Petrini, Buono, pulito e giusto), per bere sapientemente c’è Slow Wine, per farci rallentare gli impegni lavorativi c’è Slow Work, per superare i sistemi scolastici asettici e standardizzati c’è Slow School (Penny Ritscher, Pedagogia del quotidiano, Giunti), per tutta la giornata c’è Slow Live (Sonia Savioli, Iacobelli editore) e per una vacanza che coniughi natura, cultura, tradizioni e buon cibo c’è Città Slow. Aldo Grasso ci ricorda (Corriere della sera – La Lettura, 18 settembre 2016) che anche la televisione può essere slow. Succede in Norvegia, dove è andata in onda, in prima serata, “una maratona tv con una telecamera posizionata su un caminetto acceso”. Sarà stato il gelo di quei luoghi a suggerire quest’idea? Ma non è l’unico esempio di Slow Tv: una lunga diretta di 134 ore è stata dedicata al viaggio di una nave da crociera lungo la costa norvegese, 18 ore alla pesca del salmone e altre lunghe ore al viaggio di un treno da Berger a Oslo. Come hanno reagito i norvegesi? Alcuni stregati, altri tutt’altro. Noi non apprezziamo molto quest’ultimo tipo di slow. Si guardi bene Campo Dall’Orto dal tentare un simile esperimento in Rai perché i telespettatori italiani “hanno già dato”. Ricordate lo storico “intervallo” in bianco e nero con le pecore che brucavano l’erba nei pascoli della Calabria accompagnate dal suono della Toccata con arpa di Pietro Domenico Paradisi? Quello sì che ipnotizzava i telespettatori, talvolta anche per qualche decina di minuti: è stata la nostra Slow Tv ante litteram.

Questa rivendicazione del buon vivere, della difesa del bene comune da utilizzare con sobrietà (Serge Latouche, La decrescita prima della decrescita, Bollati Boringhieri), ci auguriamo che apra un’epoca di speranza in grado di frenare la crescita della non-società individualista (Zygmunt Bauman, La solitudine del cittadino globale, Feltrinelli) nella quale rischiamo di precipitare. Ogni giorno di più.

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