L’Editoriale Dicembre 2017. Che anno è stato?

di GIUSEPPE MARCHETTI TRICAMO

Prepariamoci a fare il bilancio di fine anno. Mancano pochi giorni e poi stapperemo le nostre bottiglie con la pretesa di buttarci dietro le spalle l’accaduto. Cancelleremo tutto dalla nostra memoria o archivieremo alcuni momenti per sottrarli all’oblio? Fernando Pessoa, il poeta prediletto da Antonio Tabucchi, diceva Amo tutto ciò che è stato, / tutto quello che non è più. Ebbene, chiediamoci che anno è stato quello che si chiuderà alla mezzanotte di fine dicembre. Un periodo ancora di passaggio dalla modernità alla società liquida, come ha amato definire i nostri tempi Zygmunt Bauman? Un anno deciso o attanagliato dalle incertezze? È stato duro, di muri, di barriere, di filo spinato, di divisioni, di ossessioni, di atmosfera tossica, caratterizzato dall’accentuazione di quel populismo di nuova generazione, ma di vecchie abitudini, che proclama l’uguaglianza, piccona le ideologie e invece di proteggere l’interesse della collettività fa propri i privilegi della resistente società dei furbi. È successo, accade e prevedibilmente ricapiterà e i cittadini, che, continuano a essere ingannati e dimenticati, restano sudditi. Il vento del populismo ha soffiato su tutto il mondo, dall’Europa agli Usa. Non ha risparmiato, con la vittoria della Brexit, neppure la Gran Bretagna delle antiche tradizioni liberali, e rischia di sconvolgere gli States, dove Donald Trump, nel suo primo anno da presidente, è stato impegnato a cancellare le leggi e il ricordo del suo predecessore Barak Obama e a disfare trattati come quello di Parigi sul clima, disattendendo un patto che ha il proposito di contribuire a guarire il pianeta dall’inquinamento. Ma qui è opportuno inserire un breve inciso. Si è ancora in tempo a salvare l’ambiente dalle emissioni di gas serra che hanno ripreso a crescere? Sì, se si darà ascolto all’appello per una presa di coscienza (contenere la crescita della popolazione, preservare le foreste, favorire il passaggio alle energie rinnovabili, ricostituire gli ecosistemi, ridurre l’inquinamento, bloccare la defaunazione) che arriva da 15 mila scienziati di 184 Paesi. Quell’accordo di Parigi disatteso da Trump prevede interventi degli Stati entro il 2020, ma l’invito degli scienziati riguarda ciascun cittadino del mondo.

Tornando alle considerazioni sul populismo, ci chiediamo: da dove nasce? Per i politologi: dalla stagnazione economica, dall’aumento delle diseguaglianze, dalle iniquità, dal disincanto della classe media che si è ritrovata impoverita nel reddito, nel ruolo e nelle opportunità. Più lievitano le disparità, più aumenta il populismo (Joseph E. Stiglitz, Il prezzo della disuguaglianza. Come la società divisa di oggi minaccia il nostro futuro, Einaudi), che è attrattivo, militante, mobilitante, più si radica l’antipolitica. In misura identica e contraria cresce anche l’impolitica, che è non partecipazione, ritrarsi, non votare e lasciare così al populismo spazio nelle istituzioni e nelle amministrazioni pubbliche. In entrambi i casi, si discredita più o meno involontariamente l’idea stessa di democrazia, che è preziosa e a tutti noi cara. Però “non tutte le forme di protesta sono populiste e costituiscono una minaccia per il sistema, alcune al contrario possono essere salutari e produttive” (Jean-Werner Müller, Cos’è il populismo?, Università Bocconi editore) in un’intervista a Giovanni Bernardini (La Lettura, 5 novembre 2017).

Cos’altro ci ha riservato questo 2017?

Il terrorismo, che ha infestato l’Occidente e l’Oriente e che ha macchiato di sangue molti giorni dell’anno a Istanbul, Manchester, Parigi, Stoccolma, San Pietroburgo, Londra, Barcellona.

Un bel po’ di malessere e di odio sociale, che nel caso degli immigrati, colpevoli di essere nati nel posto sbagliato di questo mondo diseguale, cancella anche il minimo barlume di compassione e umanità e diventa razzismo.

L’emergenza planetaria sulla libertà di opinione, di parola e quindi di stampa: dalla Turchia (più di un centinaio di giornalisti in carcere e Shakespeare, Čechov, Goldoni, Brecht espulsi dai teatri) a Malta (l’uccisione di Daphne Caruana Galizia), all’Italia (minacce, querele, aggressioni, danneggiamenti alle attrezzature di 321 giornalisti e cameramen), che riguarda non solo i professionisti della comunicazione, ma anche i cittadini e il loro diritto a essere informati.

La corruzione, che attanaglia il nostro Paese e lo posiziona al terzo posto in Europa, dopo Grecia e Bulgaria (Transparency International, Report 2017). Un problema culturale, un’epidemia sociale, un furto al presente e al futuro (Raffaele Cantone, Francesco Caringella, La corruzione spuzza, Mondadori).

I femminicidi, le aggressioni, le molestie, le violenze, gli abusi alle donne, che sconcertano e addolorano e che le delegazioni del G7 sulle Pari opportunità, nella riunione di metà novembre a Taormina, hanno deciso di contrastare.

Che imbarazzante contemporaneità! Ci stiamo privando dei sogni e spargendo di ostacoli la strada del presente. E il domani? Dobbiamo prepararci a un avvenire incerto e inaffidabile, a un mondo che non riusciamo a immaginare? Saremo posti davanti a una svolta di civiltà? Di nuovo è Bauman (Retropia, Laterza) a suggerire, per dare una prospettiva al futuro, di guardare nello specchietto retrovisore della vita. Per capire se si stesse meglio quando si stava peggio? Iniziano gli anni della retropia, un cammino a ritroso per purificare il futuro dai danni che il presente ha prodotto.

Noi preferiamo andare avanti: buon 2018!

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