L’importanza di essere traduttore

Traduttore? Non è una professione facile o un mestiere comune: nome comune però lo è mentre non può essere nome proprio, un nome di persona da premettere al cognome. Onesto invece si trova in una situazione diversa: certo, Francesco o Alessandro o Andrea o Matteo godono di ben maggiore diffusione, come certificato dall’Istat, ma trovarsi di fronte a un signor Onesto di nome di battesimo è improbabile ma possibile. Onesto fa rima con Ernesto e qui rientriamo in quella serie di nomi che, sebbene non frequentissimi, ci è probabilmente capitato di incontrare nella vita reale.

Chissà se Wilde avrebbe mai immaginato il dibattito su come tradurre “The Importance of Being Earnest”: sul primo troncone “The Importance of” siamo tutti d’accordo, su “Being” possiamo oscillare tra “essere” e “chiamarsi” e su Earnest cominciamo a discutere! Magari a discuterne (definendo il concetto enigmistico di bisenso e portando vari esempi adatti a penetrare l’arte di Edipo sotto un’angolazione particolare verso le problematiche della traduzione) nell’ambito dell’intervento dal titolo “Tradurre (… o non tradurre) i giochi di parole” al Maggio dei libri 2012 nell’ambito del ciclo di conferenze organizzato dalla Casa delle Traduzioni. La Casa, situata nel centro di Roma a pochi passi dalla Fontana di Trevi, è un’istituzione diretta dalla dott. Simona Cives e inserita nel sistema bibliotecario di Roma Capitale con il duplice obiettivo di qualificare il lavoro del traduttore e di promuovere la diffusione della lingua e della letteratura italiana nel mondo.

Ecco dunque sentirci non pienamente soddisfatti delle alternative “L’importanza di chiamarsi Ernesto” e “L’importanza di essere Onesto” per poi trovare invece un felice esito traduttivo in “L’importanza di essere Franco” riscontrando (grazie a un manuale di riferimento preso in prestito dalla Casa delle Traduzioni) la primogenitura di tale formulazione in Ugo Bottalla, più di cinquanta anni fa. Non mezzo secolo ma molti secoli fa a Roma non esisteva la Casa delle Traduzioni, c’era invece una scuola di traduzione dei grandi letterati latini che, da Livio Andronico a Orazio, fissò alcuni principi chiave nel mestiere (nel mestiere e nell’arte, Orazio inquadrò i concetti nell’Ars poetica) di tradurre. Al centro di questi secoli d’oro della traduttologia latina si situa Cicerone: l’autore della distinzione (o comunque uno dei primi formalizzatori di tale distinzione) fra traduzione fedele alla lettera e al senso dell’originale era anche un appassionato giocatore di parole! I partecipanti all’incontro “Tradurre (… o non tradurre) i giochi di parole” di “May I translate” hanno così letto la maniera, senza dubbio originale, con cui il grande oratore e letterato sovente chiudeva le proprie lettere. La formula era «Mitto tibi navem prora puppique carentem»: da NAVEM togliamo la prua (N, la prima lettera) e la poppa (M, l’ultima lettera) e resterà il saluto AVE, ottenuto pertanto con un affascinante scarto di estremi volendo adoperare la terminologia enigmistica di oggi. Si offenderebbe Cicerone se nel tradurre il commiato in italiano ci limitassimo alla prua, dimenticassimo cioè il «puppique»? Almeno così dall’italiano NAVE non passeremmo a un AV privo di significato ma riusciremmo invece a ricuperare il latino saluto AVE…

 

Federico Mussano

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