L’isolitudine della Gazzola, oltre i fantasmi dell’adolescenza

di Sergio Di Giacomo

 

     Gesualdo Bufalino la definiva “isolitudine”, un termine per indicare la specificità siciliana di essere e sentirsi isolati, in una dimensione biunivoca, insieme aperta e chiusa verso il mare, verso il mondo, con l’acqua che separa e unisce. Tracce di “isolitudine” si trovano in Lena e la tempesta (Garzanti, pag.186, euro 16,40), il romanzo della giovane scrittrice messinese Alessia Gazzola, fresco premio Bancarella per il romanzo Il ladro gentiluomo, che il pubblico conosce per la serie gialla del medico legale Allevi (L’allieva), divenuta anche  una serie di successo di fiction su Rai 1 (la story editor è un’altra scrittrice messinese, Magda Mangano).La Gazzola è tornata nella sua Messina, alla Feltrinelli Point, dove ha incontrato i suoi lettori.

In un’isoletta mediterranea, Levura (sintesi del fascino delle Eolie e delle Egadi, isole amate dall’autrice), sbarca al confine dell’estate la giovane protagonista, l’illustratrice Lena, figlia di scrittori, sicura che le isole, “tutte le isole, hanno qualcosa di presuntuoso”. Immutabili, “non hanno bisogno di niente”. Sei tu “ad avere bisogno di loro per fare vacanza, per cercare te stesso, per sentirti meglio”. Isole come luoghi speciali che galleggiano, sospese, mentre il mondo gira.

L’isola, quindi, come luogo dell’anima, di ristoro, di libertà da cercare, “esilio” che rigenera e svela. Buon retiro e rifugio esistenziale, luogo di scoperte e riscoperte, ma anche di ferite antiche ancora aperte, sanguinanti, ma pronte ad asciugarsi al sole estivo, al calore di nuovi sentimenti. Lena torna nella villetta di famiglia, davanti al Faro, abitato da un giovane, aitante, misterioso medico. Sente  il mare dentro la conchiglia, ma si sente ancora “guasta”, mettendo in scena mondi a cui non riesce a dare vita, disegni sfibrati. Dentro c’è sempre quella violenza adolescenziale, quel taglio feroce subito nel corpo e nel cuore, il “fantasma delle estati passate”. Lena disegna mongolfiere e arcobaleni, si sente liquida, tra “l’odore spumoso del mare”.

”L’emozione è anche uno strumento di conoscenza”, pensa nel suo subbuglio emotivo che si fa esperienza nuova: “Mi mettevo in ascolto del mio corpo”, mentre tuttoattorno il mare “parla”, accarezza, guarda silente, tra il “vento salato”. Siamo di fronte a un nostos, a un ritorno, interiore, intimo, magmatico, alla ricerca di una fuga dai fantasmi adolescenziali. Una ricerca complessa non dissimile dal viaggio sulle rive dello Stretto che ha elaborato la concittadina Nadia Terranova nel suo Addio fantasmi, finalista allo Strega. Entrambe cercano le fila della memoria,  per ritrovarsi, diremmo meglio, per cercare di non perdersi più, per varcare nuove stanze della vita. Cercano la loro “casa”, Lena della Gazzola e la Ida della Terranova, e in quelle mura smerigliate di ricordi rivivono pensieri di ieri e desideri futuri.Per sfar sfilare le “ragnatele del passato”. Sempre nel segno di vibrazioni conosciute, quella dell’infanzia, l’età del germogliare. “Va incontro al tuo futuro abbracciandolo”…

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