Mistica, psicologia, teologia

di Francesco Roat

È puntuale, sintetico, vivacemente polemico nonché leggibilissimo (anche per i non addetti ai lavori) l’ultimo, breve saggio di Marco Vannini, il cui titolo ‒ Mistica, psicologia, teologia ‒ racchiude già tutto un programma. Ovvero quello di celebrare l’ambito mistico e di mettere in discussione/crisi sia quello teologico ‒ oggi, a dirla francamente, amato da pochi ‒ sia quello psicologico: venerato da molti o meglio da quasi tutti.

Non è che Vannini se la prenda con gli analisti della psiche negando il valore delle loro scoperte riguardo al mondo affettivo-emozionale o disconoscendo i pur notevoli studi in merito a nevrosi, conflitti e ossessioni; il problema/tema di fondo è un altro e sta ‒ a suo avviso ‒ nell’essere la psicologia paradossalmente fonte di alienazione giusto per il suo ritenere essenziale nell’uomo la psiche, ignorando del tutto lo spirito.

Mentre, sin dall’antichità, all’interno di ogni tradizione religiosa e filosofica troviamo l’idea che vi siano all’interno d’ognuno di noi due realtà, ad esempio, osserva il Nostro: “l’anima mortale e quella immortale di Platone (…), l’uomo e il suo Ka in Egitto, la nefeš (nafs) e la rūaḥ (rūḥ) degli ebrei e dell’Islam, il Saggio Esteriore e quello Interiore della Cina, l’Uomo Esteriore e quello Interiore del cristianesimo, il «sé» (ātman) e il «Sé immortale del sé» (asyāmrta ātmā, antaḥ puruṣa) del Vedanta”.

Scontato dunque che sia davvero umano, troppo umano l’ambito dei sentimenti e dell’inconscio, ma esso non esaurisce certo il nostro essere, la cui caratteristica precipua non si riduce nemmeno a quella soggettiva di un io-persona sempre cangiante e iridescente, ma che ‒ secondo Vannini ‒ è giusto quella spirituale. Oltre ogni psicologismo quindi, si sottolinea qui agostinianamente la necessità di rientrare in sé stessi prendendo le distanze dal minuscolo ed egocentrico ego, in modo da poter fare emergere l’autentico Io, o, detto in altri termini, il divino che è dentro di noi.

Anzi, secondo i mistici d’ogni epoca e latitudine, proprio l’attaccamento all’io e al mio costituiscono la radice di ogni male/malessere, e per liberarsi da ciò occorre operare un salutare distacco da ogni volontà/velleità di controllo e dominio su cose, persone, situazioni, giungendo così a una quiete interiore e a una magnanimità altrimenti inattingibili. Si tratta perciò di passare dalla psicologia alla pneumatologia, prendendo atto di come la libertà essenziale sia quella nei confronti della prigione che ha nome egoità.

È quanto la mistica chiama morte dell’anima, e i vangeli la rinuncia a sé stessi affinché si possa rinascere spiritualmente a nuova vita, la quale vien detta eterna solo perché in tale prospettiva le categorie temporali perdono di significato ed esiste solo l’hic et nunc ‒ la pienezza immanente del presente ‒ che implica l’amor fati, ossia l’entusiastico sì all’esistenza che nulla chiede/pretende e molto ottiene, in quanto non v’è più separazione, alterità, dualismo fra il singolo e gli altri, tra uomo e mondo, tra io e Dio, ma tutto ‒ per dirla col grande mistico tedesco Meister Eckhart, di cui Vannini è il massimo studioso italiano ‒: “è un unico uno” (ein einiges Ein).

L’ultima parte del saggio è rivolta alla teologia e alla religione, viste come tentativi fallimentari di giungere alla conoscenza di Dio e alla pretesa di parlare in suo nome: “dimenticando che chiamare «divino» ciò che è di mano umana è la suprema bestemmia”. Per non parlare dell’egoistico rivolgersi al creatore per ottenere aiuto o improbabile redenzione ultraterrena: sintomi di una fede infantile, espressione di un io che cerca protezione in questo o quel Dio, illudendosi con paradisi immaginari o fantasticherie metafisiche.

Ma ben altra, rimarca Vannini, è la vera salvezza: “non mitico salvataggio di un corpo o di una egoità psichica particolari, ma esperienza di un essere qui e ora beati, nell’universale dello spirito”. Parole queste senza dubbio inattuali, nell’era postmoderna d’un disincanto sempre a rischio di nichilismo, ma su cui riflettere: anche da parte dei cosiddetti credenti. Non per nulla le ultime pagine del saggio sono estremamente critiche nei confronti di ciò che, oggi, una vera educazione di stampo cristiano ‒ al di là di ogni sterile nostalgia mitologica ‒ potrebbe avere quali condivisibili obiettivi. E concludo con due citazioni esemplari che non hanno bisogno di commento alcuno.

“L’educazione cristiana dovrebbe essere la distruzione dell’ignoranza, la liberazione dall’egoità dall’io e dal mio. Dovrebbe liberare dalla tirannia del corpo e della psiche e comunicare la libertà dello spirito. Comunicare l’evangelo, la «buona novella», non è raccontare un mito, ma mostrare la beatitudine (non solo le beatitudini!)”.

“Questo dovrebbe costituire l’educazione cristiana: insegnare che in noi è una scintilla divina, noi siamo luce eterna, Dio è in nobis, nel profondo di noi stessi. Liberare dal sentimento, che è ciò che non lascia essere lo spirito, giacché il sentimento è attaccamento, lo spirito è distacco”.

Marco Vannini

Mistica, psicologia, teologia

Le Lettere, 2019

pp. 129, € 14, 00

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