Nietzsche e la poesia

di Francesco Roat

Solo giullare! Solo poeta!” (Nur Narr! Nur Dichter!). Questo ribadisce di essere Nietzsche nei versi dei Ditirambi di Dioniso, poco prima di venir funestato da una pazzia devastante che non gli permetterà più di scrivere altre opere: né a carattere poetico, né filosofico. Ironia (o profezia) della sorte: Narr in tedesco significa, oltre che buffone, pure folle; mentre Dichter non è termine equivoco, in quanto si riferisce appunto a chi compone dei versi. Ma Nietzsche avrebbe davvero voluto essere ricordato come un poeta? È quanto si/ci domanda Susanna Mati, valente traduttrice e curatrice di un volume ‒ edito da Feltrinelli e intitolato Poesie ‒ che raccoglie tutti i testi poetici scritti da Nietzsche durante la sua non lunga ma prolificissima vita. Sin troppo facile rispondere con un no, alludendo al fatto che in Così parlò Zarathustra il filosofo di Röcken se la prende assai col poeta (con sé stesso poeta), ritenendolo/irridendolo quale: “bestia furba, rapace, strisciante”.

Eppure come non cogliere in ogni scritto filosofico di Nietzsche una evidente, lussureggiante (e spesso enfaticamente debordante) espressività poetico-letteraria? Tant’è che è invalso l’uso di chiamare il Nostro: poeta-filosofo; per non scordare l’opinione di Benedetto Croce, secondo il quale il grande scrittore tedesco fu persino più poeta che filosofo. Mati, invece, sulla scia di Heidegger ritiene quantomeno che considerare Nietzsche poeta “puro”, pienamente/autenticamente tale, come un Hölderlin, un Novalis o un Rilke, sia fuorviante. Ciò non vuol dire che egli, pur considerando ‒ un po’ alla stregua di Platone ‒ le parole poetiche menzognere, non le abbia quanto spesso utilizzate (pure all’interno dei suoi scritti filosofici) ritenendo utile avvalersi della finzione/formulazione poetica onde far sì che il proprio pensiero non rimanesse limitato al/dal logos, né dovesse soggiacere meramente al mythos.

Optando così per una parola che tendesse all’apertura verso quell’eccedenza che avvertiamo inerente ad ogni cosa verso cui si rivolga il nostro sguardo non indagatore ma contemplativo e creativo. Per uno sradicamento e rinnovamento del dire filosofico che non andasse più in cerca di certezza/fondatezza ovvero che lascasse il Grund per l’Abgrund: il terreno stabile (in apparenza) per un’abissalità la quale non dovrebbe però sgomentarci, semmai colmarci di stupita meraviglia e gratitudine.

Persino La Gaia scienza, uno dei testi più filosofici di Nietzsche, comprende vari testi poetici ‒ i Canti del principe Vogelfrei ‒ utilizzati dal Nostro per concludere tale sua opera mediante una formula che si avvalesse d’una parola altra rispetto a quella utilizzata tradizionalmente nel discorso logico-razionale. Lo stesso Zarathustra non a caso si presenta come una prosa intessuta di poesia.  E prima del definitivo crollo mentale (accennavo sopra), Nietzsche darà veste definitiva a serie di liriche intitolate: Ditirambi di Dioniso, che rappresentano dunque l’ultima sua opera giusto nel segno della poesia.

Significativo poi che il primo testo in versi dei Ditirambi sia quasi del tutto simile alla lirica inserita nella Quarta e ultima parte di Così parlò Zarathustra, nel discorso intitolato: Il canto della melanconia. In entrambi gli scritti viene rimarcata ‒ esplicitamente e implicitamente ‒ una duplice corrispondenza: quella tra il poeta mentitore e il buffone di corte, che si burla della serietà/seriosità di ogni discorso; ma al contempo quella fra il poeta sincero/veritiero e colui che è abitato dalla follia (divino-dionisiaca) e dunque sragiona in quanto utilizza un linguaggio che appunto non è quello del logos.

Nell’assumere la modalità espressiva poetica Nietzsche sconfessa la hybris di poter formulare verità assolute, enunciazioni autorevoli, definitive, esaustive. Il suo poiein, la sua creatività si declina quale gioco, nel significato più elevato del termine. Un gaio disporre parole non pretenziose, anche quando il tema del dire è tragico. Ma il rischio resta sempre quello della magniloquenza, di un’espressività saccente (o peggio ancora estetizzante). Allorché il nostro poeta ‒ nello Zarathustra e altrove ‒ fa filosofia coi versi e finisce suo malgrado per teorizzare/indottrinare. E allora mente, ingannando il lettore e se stesso.

Netta è però la consapevolezza che Nietzsche ha del pericolo/cimento insito nel poetare quando, nel già citato primo testo dei Ditirambi di Dioniso, dice del poeta che questi: “deve mentireˮ ed è insieme sempre in cerca di “predaˮ. Quella costituita dal lettore, in primo luogo; quantunque il versificatore medesimo divenga pure lui preda (del meccanismo costituito dal fare poesia). Il paradosso irresolubile è che non v’è modo ‒ né da parte del poeta che da quella del filosofo di uscire dalla menzogna ‒ in quanto non ci è dato approdare ad un vero che non sia relativo, soggettivo, sempre parziale e provvisorio. Da cui la conclusione ditirambo: “che io sia bandito / da ogni verità!

La “veritàˮ è perciò scomparsa dal panorama prospettico nicciano. Né egli può confortarsi con l’incongrua consolazione/constatazione che vi sarebbe comunque una certezza indubitabile: ossia il non poter contare su assiomi incontrovertibili; in quanto il concetto stesso di verità è venuto meno definitivamente, non ha per lui/noi alcun significato: è impensabile, alla pari di ogni altro fondamento metafisico. In tal senso, potremmo concordare poeticamente con Nietzsche che davvero: Dio è morto.

Friedrich Nietzsche,

Poesie,

a cura di S. Mati

Feltrinelli, 2019

pp. 286, € 12,00

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