Omaggio ad Andrea Camilleri e al suo eterno Montalbano

Andrea Camilleri rimarrà sempre con noi con la sua ironia e il suo impegno sociale che ci sarà da insegnamento
Montalbano, uno sbirro dal fiuto infallibile.
Era il 1994 quando veniva pubblicato La forma dell’acqua, primo romanzo poliziesco di Andrea Camilleri con protagonista Salvo Montalbano. Da lì a qualche anno i romanzi ambientati nell’immaginaria Vigata, pubblicati da Sellerio, si sono susseguiti e Montalbano è diventato un caso letterario. Il commissario porta il suo nome per omaggiare lo scrittore spagnolo Manuel Vázquez Montalbán, amico e scrittore stimato per Camilleri, creatore dell’investigatore gastronomo Pepe Carvalho, di cui Camilleri apprezza “il profilo intellettuale, antifascista e comunista”.
La lingua di Camilleri è un italiano colorato dal vigatese che, se a una prima lettura può apparire ostico, contribuisce bene a condire di sicilianità il racconto.
La figura di Salvo Montalbano risulta ben connotata, anche se non viene descritta fisicamente: nato nel 1950, originario di Catania, la sua carriera è iniziata dopo i trent’anni e, dopo vari incarichi è approdato a Vigàta, dove vive da solo in una villetta sul mare. È uno sbirro in gamba, dal fiuto infallibile, “in questo consisteva il suo privilegio e la sua maledizione di sbirro nato: cogliere, a pelle, a vento, a naso, l’anomalia, il dettaglio macari impercettibile che non quatrava con l’insieme, lo sfaglio minimo rispetto all’ordine consueto e prevedibile”. Preferisce condurre le sue indagini in solitaria e gli dà molto fastidio quando l’ispettore Fazio, perspicace e sveglio più del vice, Mimì Augello, anticipa gli ordini che sta per dargli, dicendogli “Già fatto!”. “Un’osservazione intelligente, fatta da un altro, m’avvilisce, mi smonta magari per una jurnata intera, ed è capace che io non arrinescio più a seguire il filo dei miei ragionamenti”. Montalbano, come ha detto esplicitamente lo stesso autore, somiglia a Maigret di Simenon non solo perché preferisce lavorare da solo, ma anche perché gli capita di agire con metodi non ortodossi. Non risolve i casi razionalmente, alla Sherlock Holmes, ma a seguito di folgorazioni improvvise. Non ama usare le armi, è umano, sensibile e, come la maggior parte dei siciliani, meteoropatico e amante della buona cucina. Gli piace mangiare da solo o, se in compagnia, in silenzio perché per lui il cibo è un rito, “mangiare di prescia non era mangiare, massimo massimo era nutrirsi”. Una buona nuotata lo “rimette in vita”, anche se l’acqua è gelida.
I personaggi che lo circondano sembrano a volte delle macchiette, delle caricature con i loro vizi, le loro virtù e le loro debolezze. Catarella, famoso per l’irruenza con cui è solito entrare nell’ufficio del commissario e per l’ineguagliabile bravura nello storpiare tutti i nomi è “un picciliddro, un bambino dentro al corpo di un omo. […] Con ciò voglio dire che Catarella ha la fantasia, le alzate d’ingegno, le invenzioni di un picciliddro. Ed essendo picciliddro, queste sue cose le dice, senza ritegno. E spisso c’inzerta. Perché la realtà, vista con l’occhi nostri, è una cosa, mentre vista da un picciliddro è un’altra”. L’agente Gallo ha la guida spericolata, Galluzzo il grilletto facile. Il medico legale Pasquano, che lavora con serietà e rigore, è amante del poker e non smette mai di brontolare in un linguaggio colorito se il commissario gli chiede qualche anticipazione.
L’eterna fidanzata di Montalbano, Livia, vive a Boccadasse. Gli manca se è lontana, ma quando sta a casa sua la avverte come una presenza ingombrante, gli toglie la possibilità di vivere a suo modo e gli sconvolge le abitudini, anche culinarie.
Todorov scrive: “la letteratura è pensiero e conoscenza del mondo psichico e sociale in cui viviamo” e le indagini di Montalbano molto spesso hanno a che fare con tematiche attuali ed è anche questo a renderli interessanti. Se ne Il ladro di merendine il commissario ha a che fare con la criminalità internazionale, ne la Piramide di fango si parla di mafia. Come Sciascia, Camilleri sottolinea il più grande inganno della mafia: far credere che non esiste. E per farlo si nasconde spesso dietro il più banale e antico dei delitti, quello passionale. Bellissima una pagina de L’altro capo del filo in cui Montalbano, impegnato con i suoi uomini a gestire gli sbarchi dei migranti che arrivano ogni notte a centinaia, si compromette, durante la consueta passeggiata sul molo, spiegando ad un granchio cosa pensa dell’Europa: “Io penso che doppo il granni sogno di st’ Europa unita, avemo fatto tutto il possibili e l’impossibili per distruggirinni le fondamenta stisse. Avemo mannato a a catafottirisi la storia, la politica, l’economia ‘n comuni. L’unica cosa che forsi restava ‘ntatta era l’idea di paci. Pirchì doppo avirinni ammazzati per scoli l’uni con l’autri non nni potivamo cchiù. Ma ora ce lo semu scordati, epperciò stamo ttrovanno la bella scusa di ‘sti migranti per rimittiri vecchi e novi confini coi fili spinati. Dicino che tra ‘sti migranti s’ammucciano i terroristi ‘nveci di diri che ‘sti povirazzi scappano proprio dai terroristi”.

Marta Galofaro

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