Pensare l’impensabile

di Francesco Roat

Va considerato e al contempo non va considerato (solo) un testo per addetti ai lavori il libro di Nina Coltart, Pensare l’impensabile e altre esplorazioni psicoanalitiche, edito da Raffaello Cortina Editore. Se è un dato di fatto che stiamo parlando giusto di un classico della psicoanalisi inglese mai finora apparso in Italia, è altrettanto vero che questo saggio si rivolge pure a qualunque lettore si interroghi intorno a tale peculiare metodologia terapeutica, il cui processo, oggi come al tempo del padre Freud ‒ come nota nella prefazione al volume la psicologa clinica Sara Boffito ‒: “rimane inafferrabile con le armi della conoscenza razionale”. E tale considerazione riprende quanto affermato da Wilfred Bion in merito alla realtà dell’esperienza psicoanalitica, la quale, secondo tale illustre autore, rimane sempre ineffabile.

Parola che fa parte del lessico mistico e pare intenda introdurci in un territorio, quello dell’inconscio ma non soltanto, di cui non si danno mappe precise o esaustive e si riferisca anche ad una prassi terapeutica intorno a cui Nina Coltart ha avuto il coraggio di asserire che ‒ nel lavoro con gli analizzati ‒: “ogni ora è anche, a suo modo, un atto di fede; fede in noi stessi, nel processo, e fede negli aspetti segreti, sconosciuti, impensabili nel nostro paziente che, in quello spazio che è l’analisi, arrancano aspettando il momento in cui sarà giunta infine la loro ora”. Ne consegue un’urgenza: conseguire, da parte dello psicoanalista la perizia del tollerare il proprio (e altrui) “non sapere”, la capacità di attendere il momento propizio ‒ kairotico, verrebbe da dire ‒ in cui sarà possibile pensare l’impensabile, far venire alla luce quanto prima giaceva nell’oscurità o si esprimeva tramite sintomi di ardua decifrazione.

Con una consapevolezza tuttavia: che il cuore di tenebra ‒ per dirla con Conrad ‒ racchiuso entro ogni essere umano non potrà mai venire completamente illuminato, in quanto, dice bene Coltart: “in ognuno di noi ci sono delle cose che non saranno mai alla nostra portata, resta sempre un mistero nel cuore di ogni persona, e dunque nel nostro lavoro di analisti”. Resta il compito arduo ma affascinate della trasformazione prefigurata dal processo psicoanalitico: quello di riuscire a dar voce all’inespresso e ai suoi criptici suggerimenti. Certo, ammette la nostra autrice, talvolta il paziente rimane a lungo congelato in un silenzio glaciale che può frustrare lo psicoterapeuta; eppure questi deve restare fiducioso che un tale gelo presto o tardi inizi a sciogliersi abdicando alle pretese velleitarie di stanare al più presto la rozza bestia: quella che ‒ non soltanto nella poesia Il secondo avvento di Yeats, da cui la metafora è tratta ‒, faticosamente arranca nel buio per venire alla luce.

Come aiutarla in questa anabasi cruciale? La risposta suggerita da questo saggio è netta e sincera: ci si prende davvero cura dell’altro solo all’insegna dell’amore. Ma a tale proposito, precisa Coltart: “Non è necessario che una persona ci piaccia per praticare l’amore” e, d’accordo con Harold Searles, sottolinea come l’elemento essenziale di una relazionalità amorevole sia il rispondere all’altro nella sua propria interezza, prestandogli autentica attenzione e un’apertura generosa fatta di rispetto, empatia, accoglienza. Peculiarità che, unite ad ascolto e accettazione non giudicante della diversità altrui, possono venir riassunte nella virtù che il buddhismo chiama compassione, la quale non significa però ciò che comunemente viene inteso con questa parola in Occidente, dove essa odora di pietismo e buonismo retorico.

Potremmo dire che la giusta compassione comporta l’intento ‒ sia da parte di un buddhista che di uno psicoanalista ‒ di: “mettere in atto una riparazione della malattia”, se per sofferenza intendiamo innanzitutto quella legata al fatto di vivere nella vulnerabilità e nell’impermanenza: condizioni che poi caratterizzano la vita di ognuno. E tutti noi terapeuti ‒ scrive inoltre Coltart, che praticava regolarmente la meditazione tramandataci dalla scuola buddhista Theravada ‒: “Dobbiamo credere che la sofferenza mentale abbia una causa e che sia possibile, cercando la causa, farla cessare, altrimenti non faremmo quello che facciamo”. Per concludere, riferendosi ancora alle tecniche meditative orientali, la nostra eccentrica psicoanalista nota come l’osservazione di sé, praticata durante la meditazione vipassana, promuove appunto nel terapeuta la pazienza e la capacità di provare quella che lei chiama una nuda attenzione.

“Più ci limitiamo ad attendere” ‒ osserva infatti l’autrice ‒ “e meno pensiamo durante una seduta analitica, più saremo disposti a fidarci dall’intuizione che deriva dalle parti meno razionali e cognitive del sé, e a una percezione più piena e diretta del paziente e di quello che sta accadendo”. E questo senza dubbio aiuta assai chi pratica o praticherà quella è stata chiamata maliziosamente, ma pure lealmente, la professione impossibile.

 

Nina Coltart,

Pensare l’impensabile e altre esplorazioni psicoanalitiche

Raffaello Cortina Editore,  2017

pp. 200, € 24,00.

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