Quando il tempo da poco si fa eterno

COSIMO RUSSO, Per poco tempo, Manni Editore 2017

Sminuzzata in desinenze della memoria o in micro rievocazioni sensoriali, la poesia di Cosimo Russo si offre al lettore, come la quadratura razionale di latitanti emozioni o come un necessario resoconto di verità, chiuso talvolta con scomoda crudezza; talaltra, con indulgente malinconia. Su tutto, prevale, come un’urgenza, la sincera mimesi tra la effusione empirica del mondo e la trasfusione nella mente immaginifica dell’ uomo. Ma qualora la vita stessa non bastasse, o spezzasse l’incanto della analogia o, d’un tratto, si fosse invelenita, Russo non rinuncia ad ascoltarla e nell’ossessivo atto di amarla, la impagina facendo, del fallimento, poesia.

Precipitano i versi accalcati, compattati e portano con loro lo sconquasso interno della slavina e la bianchezza eterea dell’altitudine. Mentre l’umiliazione costringe all’isolamento, la poesia si sovraccarica, diventa possanza. Poi, sotto il peso del suo stesso esistere, cede alla disgregazione, al precipizio espressivo. Il suo tonfo copre la sofferenza, la travolge di nuove assonanze, di diversi accordi psicologici. Uno spandimento lirico che ovatta il disinganno e l’imbarazzante sensazione di essere fragile. L’arte compensa e, in qualche modo, ricompensa la disfatta, congegnando, come contropartita, un altrove, una vita secunda, un altro oggi.

 

Scrivo

Oggi scrivo poesie a valanga

sconfitto in altro luogo

rimango solo con questo foglio bianco

e le parole che incessanti scivolano dentro.

 

Il poeta stacca il suo presente dalla assiepata realtà mondana e guidato dalla loquacità di un io riflettente e silenzioso disloca, su uno spazio cartaceo, ancora, per poco tempo, immacolato la fiumana lessicale del suo vivere scrivendo. Il filo tematico si stende ulteriormente, e teso, come l’arco di una bifora, incornicia una inaspettata quanto consecutiva apertura, che si affaccia sul divino con la mordente intenzionalità di sbirciare il sovrasenso dell’umano, la vocazione trascendentale che subentra all’immanenza.

È una poesia come Pasqua a sommuovere i topoi letterari, persino quelli afferenti il convenzionalismo religioso. Il peccato si slaccia dalla sentenziosità’ della condanna, si redime dal brulichio ipocrita della messinscena sociale per semantizzarsi come prodromo di salvezza o imprescindibile presupposto di un termine ultimo.

 

di Annarita Nutricati

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