Perché il cristianesimo deve cambiare o morire

di Francesco Roat

La seguente citazione emblematica tratta dal saggio di John Shelby Spong, Perché il cristianesimo deve cambiare o morire (pubblicato dalla Casa Editrice Il Pozzo di Giacobbe), riassume esemplarmente in una manciata di parole la netta presa di distanza dell’autore dalla concezione tradizionale teista: “le parole del credo degli Apostoli e la loro ulteriore espansione conosciuta come il credo niceno, sono state modellate all’interno di una visione del mondo che non esiste più. (…) Se il Dio che venero dev’essere identificato in senso letterale con queste antiche parole del credo, Dio diventerebbe per me non semplicemente incredibile, ma di fatto non più degno di essere oggetto della mia devozione”.

Non potrebbe essere più chiara la critica al teismo mossa da un autore/pensatore del rango di Spong, che è stato per oltre vent’anni vescovo episcopaliano di Newark (USA) ed è uno dei maggiormente noti teologi anglofoni, tanto che le sue opere ‒ tradotte in svariate lingue e rivolte non certo solo agli addetti ai lavori ‒ hanno superato il milione di copie in circolazione: cifra del tutto inusuale per un saggista dedito a tematiche di carattere strettamente religioso. Ed il saggio in questione si apre non a caso giusto in polemica con la frase di apertura del credo cristiano che, riferendosi a Dio, parla di un Padre onnipotente: due attributi che Spong ritiene non solo datati o inverosimili ma, peggio ancora, inconcepibili nel panorama odierno che aborre il maschilismo/paternalismo e non può accettare l’idea di una divinità la quale, potendo tutto, non ha fatto né fa nulla contro il male che imperversa nel mondo e tra gli umani.

Quindi l’autore se la prende con la Bibbia a partire dal cosiddetto Antico Testamento, nel quale l’ebraico Dio degli eserciti risulta un nume tribale, violento, vendicativo e irascibile; per passare quindi al Nuovo Testamento, colmo di miti a suo avviso assurdi, come la nascita di Gesù da una vergine, l’ascesa al cielo del Cristo dopo una alquanto controversa resurrezione ‒ di cui ogni dettaglio che appare in un Vangelo è contraddetto in un altro ‒, il giudizio finale emesso da un giudice inappellabile, e chi più ne ha ne metta. Morale della favola: “Non possiamo parcheggiare i nostri cervelli alla porta dei nostri luoghi di culto, al fine di accettare come vere le parole che sono state usate per interpretare Dio negli anni passati, ma che non possono più illuminare oggi la nostra comprensione di Dio”.

Fin qui la pars destruens, direi in parte abbastanza scontata. Di maggiore interesse è forse la pars construens, ovvero quella propositiva, in cui Spong cerca di spiegare ai lettori in che consiste la propria spiritualità/religiosità, tentando dunque di: “esprimere l’esperienza cristiana con immagini non teistiche”. In primo luogo, secondo il nostro teologo anticonformista, ogni concetto di (o teoria intorno a) Dio è mero costrutto umano. Più interessanti le metafore che via via nel corso dei secoli sono state proposte per alludere a ciò che con vari termini è stato chiamato il divino/sacro. Ad esempio un antico termine ebraico per indicare Dio era ruach, ossia vento. Tale immagine denotava una sorta di forza vitalizzante/vivificante presente nel mondo e non già metafisica. Al ruach era connesso il nephesh o respiro umano, ed a sua volta quest’aria che entrava e usciva dai polmoni veniva considerata analoga al vento divino, essendo intesa quale indispensabile energia vitale. In seguito vennero creati nuovi vocaboli, ulteriori metafore: parole simbolico-allusivo-suggestive, come anima e spirito.

Al di là dei vari credo e dei vari dogmi dottrinali, comunque, va ricordato che i mistici d’ogni epoca e luogo si sono tenuti sempre lontani da definizioni e concezioni teologiche. Per loro Dio si trova semmai: “nella profondità della vita, mentre lavora negli esseri di questo mondo e attraverso di loro”. Sulla scia di Whitehead, il Dio di Spong è allora definibile come una specie di misterioso e perenne processo evolutivo ‒ o quanto meno trasformativo ‒ che è alla base di ogni ente; una vera e propria: “fonte costante di tutte le possibilità” esprimibili dall’universo. Non un semplice creatore quindi, bensì un Dio interno alla creazione, che non abita più nei cieli ma è energetica presenza organizzativo-pervasiva, esprimente una chiamata all’esistenza piuttosto che la causa di essa. Infine, un’ulteriore possibile indicazione (ma non rigida definizione) poetica: Dio potrebbe esser colto come il cuore pulsante, il “centro di tutto ciò che è” o ‒ per utilizzare una espressione di Tillich ‒ “l’infinito e inesauribile fondamento di ogni essere”.

Ovvio queste non siano altro che parole, tentativi di dire l’indicibile. Come il dito che indica la luna non è il nostro satellite ma fa solo cenno ad esso, così occorre non fissarsi su tali formule ma volgere la nostra attenzione/intuizione verso ciò cui alludono. E verso ciò che esse incarnano, poiché per Spong cristianesimo non è pensare a un Cristo redentore/salvatore ma a un uomo che ha meritato il titolo di figlio di Dio per la sua vita autentica, destinata a produrre durevoli frutti spirituali per ben due millenni e oltre. Una vita all’insegna dell’amore agapico, oblativo, comprensivo e caritatevole; da praticare non già/solo nei confronti degli amici ma pure dei nemici.

Una vita assolutamente non-violenta e non-giudicante: disposto com’egli era al perdono fino a settanta volte sette persino nei confronti dei suoi carnefici e all’accoglienza indiscriminata. Una vita fatta di rispetto per l’altro (qualunque altro), di fraterna condivisione, di rifiuto verso ogni discriminazione. Una vita fiduciosa (nell’esistenza, in un divino visto quale padre che tutto e tutti sostiene, nutre, ama) e gioiosa. Che male/svantaggio potrebbe dunque venirne alla umanità/cristianità se Gesù non fosse davvero risorto (e riapparso ai discepoli, mangiando pure con loro), rispetto all’etica, all’esemplarità e alla religiosità da lui veicolate?

John Shelby Spong,

Perché il cristianesimo deve cambiare o morire. La nuova riforma della fede e della prassi della chiesa,

Il Pozzo di Giacobbe, Trapani 2019, pp. 281, € 25,00

Lascia un Commento