Poesia come meditazione e accoglienza

di Francesco Roat

Seguo sin dal 1996 il lavoro poetico di Anna Maria Farabbi che, come ammette l’autrice, da due decenni andava cercando di: “elaborare una capacità stilistica che rendesse l’essenzialità lirica corrispondente a quella meditativa”. Ritengo che nella sua ultima opera vi sia riuscita appieno. Lo testimonia non solo l’intensità della creazione poetica, ma pure la felice coesistenza di più registri di scrittura che vedono coabitare, accanto ai versi, pagine autobiografiche nonché riflessioni e contemplazioni all’insegna di una prosa non certo meramente ombelicale ma aperta soprattutto a cogliere l’altro da sé attraverso una disponibilità coniugata tramite: “una ritmica congiuntiva, esistenziale politica spirituale”.

Farabbi, ovviamente, qui medita in primo luogo sulla parola, anzi sulle singole vocali che costituiscono l’ossatura portante di ogni termine,  cercando di penetrare nella lettera o, il cui interno rappresenta il vuoto o la pienezza. Non a caso lo spunto che innesca la scrittura del libro è costituito da quello che l’autrice chiama il “manicomio” (la Comunità terapeutica di Torre Certalda) dove lei presta la sua opera creativo-caritatevole che: “cantando crea un nido sonoro nel corpo dell’altro”. Così, se la mente e il cuore dei “matti” i possono sembrare a prima vista vuoti a livello razionale/emozionale, ad una più attenta lettura essi risultano colmi d’un dolore/amore: “disperato, isolato, sprofondato” che appare davvero umano, troppo umano.

L’autrice non ama molto la vocale i, troppo saccentemente verticale, la cui testa tonda, staccata dal corpo della lettera, dice molto della separazione tutta occidentale tra spirito e materia, ragione e sentimento. Assai meglio la e: sorta di “occhiello” ospitale, che: “con/sente di essere attraversato, impollinato, seminato, pur mantenendo la sua personalità segnica”. Oppure la a ‒ dalla “postura salda” sulla quale essa “siede” ‒: segno alfabetico iniziale, allusivo dell’apertura, dell’alba e dell’annunciazione. Problematica infine l’ultima vocale, cioè la u: che può alludere all’unione ma al contempo alla separazione “tra due montagne”. Iato che occorre tentar di colmare o almeno attraversare gettando un ponte che dall’io giunga al tu e si trasformi in noi.

Un’ultima considerazione. La poesia della nostra autrice è anche espressione d’un intento civile, trattando temi d’interesse collettivo a cui troppi scrittori contemporanei paiono disattenti. Farabbi ci ricorda  invece di come: “non c’è luogo in terra che non sia comunità”. E forse il cuore della sua scrittura accogliente sta in questi quattro versi generosi: “io non sono una viandante né una pastora né una contadina di montagna / ma sono anche una viandante una pastora una contadina di montagna una / che con le mani raccoglie il mare e lo porta ai matti // lo posso fare perché ho la poesia in corpo”.

Anna Maria Farabbi,

Dentro la O

Kammeredizioni, 2016

€ 15,00, pp. 138.

http://www.leggeretutti.net/site/a-barcellona-con-amareleggere/

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