Scalfaro, un democristiano anomalo

Oscar Luigi Scalfaro è stato un Capo dello Stato molto amato da mezza Italia. Molto criticato e anche odiato dall’altra metà. Sicuramente molto poco conosciuto. La biografia completa del nono presidente della Repubblica Italiana che il giornalista Guido Dell’Aquila ha pubblicato per Passigli, nel centenario della nascita di Scalfaro (scomparso nel gennaio 2012), ci fa conoscere per come è stato davvero e ci riconsegna in una luce nuova un personaggio importante della storia recente del nostro Paese. Etichettato in vita nei modi più vari e anche contraddittori (democristiano di destra, democristiano di sinistra, bigotto clericale, spirito laico, giustizialista, garantista, conservatore, progressista  e chi più ne ha più ne metta) quasi che avesse sempre proceduto a zig zag sulla base della convenienza politica, è stato in realtà tutt’altro che ondivago. Il libro, documentatissimo e ricco di note con riferimenti a uomini, date e circostanze, ci fa scoprire uno Scalfaro profondamente degasperiano, con un’interpretazione dell’azione politica appresa alla scuola dell’Azione cattolica. Uno spirito profondamente religioso con una visione della cosa pubblica profondamente laica. Significative le sue parole pronunciate fin da giovanissimo e ripetute anche nel discorso di giuramento dopo l’elezione al Quirinale: “Lo Stato è la casa di tutti. Di chi crede, di chi crede in una religione diversa da quella cristiana e di chi non crede. Nessuno ha il diritto di mettere il proprio timbro sulla casa di tutti”.

Dell’Aquila si interroga anche sulle ragioni per le quali la sua immagine sia passata per tanti anni attraverso una lente critica distorta. Certo, l’interesse degli avversari politici (interni ed esterni al suo partito) ad attaccarlo di volta in volta da posizioni diverse, ma anche la sua riluttanza a ricorrere a precisazioni, rettifiche, smentite che invece sono state e sono tuttora la prassi quotidiana di tanti leader di ieri e di oggi. Il suo motto era questo: “Chi è in buona fede non interpreta male le mie parole. Chi è in mala fede continuerà a esserlo nonostante tutte le smentite del mondo. Tanto vale che io non le faccia”. E’ vero che molti italiani lo ricordano per il suo discorso del 3 novembre 1993 passato alla storia come il discorso del “Non ci sto”. Ma quello è stato un caso clamoroso, unico e irripetibile peraltro legato al tentativo di agenti dei servizi di sicurezza, presi con le mani nel sacco di un’appropriazione indebita di soldi dello Stato, di coinvolgere non tanto la sua persona ma lo stesso Istituto della Presidenza della Repubblica nel fango di Tangentopoli che stava travolgendo un’intera classe politica. Per il resto si è sempre attenuto al proprio motto. Nel corso del Settennato il suo ufficio stampa curato da Tanino Scelba (nipote di Mario Scelba di cui Scalfaro fu amico e collaboratore nelle esperienze di governo a partire dagli anni Cinquanta) è ricorso pochissime volte a comunicati di precisazione.

Il libro, che è ricchissimo di aneddoti, fatti e dialoghi inediti, ci racconta un tragitto di vita durato 93 anni (quando Scalfaro nacque era ancora in corso la Prima Guerra mondiale) che è anche un importante pezzo della Storia Italiana. Riemergono le vicende del fascismo, della Resistenza (alla quale Scalfaro aderì quando era un giovane magistrato), della Costituente (alla quale fu eletto e ai cui lavori partecipò con intensità ed emozione), del tumultuoso dopoguerra, del tentativo di golpe del generale De Lorenzo negli anni 60, del primo centrosinistra nello stesso decennio, e poi il terrorismo degli anni 70, il rapimento Moro, il pentapartito degli anni 80, il Settennato presidenziale (dal 1992 al 1999) caratterizzato dagli scontri con Silvio Berlusconi, fino agli ultimi anni di vita illuminati nel 2006 dalla sua schiacciante vittoria (era presidente dei comitati del No) nel referendum contro la riforma costituzionale voluta dal centrodestra.

Dell’Aquila ha scritto un’opera completa usando tre registri di scrittura. Uno di racconto per gli anni della giovinezza fino alla candidatura alla Costituente nel 1946. Uno più storiografico per gli anni della vicenda politica. E un terzo infine di inchiesta giornalistica per i quattro capitoli finali. Sì perché il libro regala al lettore anche quattro approfondimenti su altrettanti temi che hanno caratterizzato nel bene e nel male la figura di Scalfaro. Dell’Aquila li definisce quattro “falsi misteri” che –documenti alla mano- sfatano tanti pregiudizi su un personaggio politico che il tempo probabilmente si incaricherà di collocate tra i più importanti e significativi della storia repubblicana italiana. Si tratta della vicenda del presunto schiaffo a una signora in un ristorante romano nel 1950. Dell’accusa di aver chiesto e ottenuto da pubblico ministero, nel dopoguerra, sette condanne a morte nei confronti di altrettanti fascisti repubblichini. Dell’accusa di aver organizzato il “ribaltone” del governo Berlusconi nel 1994. E infine dell’accusa di aver percepito illegittimamente 100 milioni al mese da parte del Sisde quando era ministro dell’Interno.

SCALFARO, DEMOCRISTIANO ANOMALO. UNO SCHIAFFO AI PREGIUDIZI

Autore: Guido Dell’Aquila

pagine 268 – Euro 22,00

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