Sfrenatamente. L’editoriale di Dicembre 2016

DI GIUSEPPE MARCHETTI TRICAMO

Un anno finisce e un anno inizia. Questo nuovo vorrà come da consuetudine metterci alla prova, ci chiederà di superare noi stessi, di correre ancora più velocemente, di produrre di più, di avere nuove idee e di non essere ripetitivi, ma innovativi. Tra qualche giorno partirà la competizione. Correre per arrivare. Il traguardo minimo è non arretrare, non farsi superare, conservare la nostra posizione nella società contemporanea, esigente e prepotente. Sì, il mondo corre, corre troppo e siamo travolti dall’ansia di non riuscire a fare abbastanza, di non farcela a essere efficienti. Il mondo corre sfrenatamente, ce lo ricorda, in musica, anche Eugenio Bennato: Il mondo corre, corre, corre forte/ come il vento/ ed io vado troppo, troppo, troppo/ lento/ il mondo si allontana e mi chiude/ le sue porte/ perché corre, corre, corre troppo forte./ E se ne va: il mondo con la sua velocità,/ e non aspetta chi non va in fretta e chi/ non ce la fa.

Per non farci escludere usiamo il tempo con compulsione. Vogliamo vivere gli eventi in tempo reale, nel momento in cui succedono e in qualche modo ne diventiamo protagonisti. Per esserci ci affidiamo completamente alle nuove tecnologie, al Web, agli Mbit, alle bande larghe e ultralarghe, alle App, a WhatsApp, a Facebook, Twitter, alle chat, alle videochiamate, allo smartphone e a tutti gli aggeggi che pretendono di fissare il ritmo delle nostre giornate, dalla sveglia, alla gestione del conto in banca, all’ordinazione della spesa, alla prenotazione del taxi, del treno, dell’aereo, dell’albergo, del carsharing, del ristorante, del biglietto del cinema o del teatro e, ancora, a selezionare le news, a monitorare e dialogare da lontano con la nostra abitazione, mentre uno smartwatch tiene sotto controllo salute e attività fisica. Un bella invasività nel vivere il progresso che, pur tenendoci sempre connessi, stravolge i legami sociali e intacca il nostro benessere e il nostro equilibrio emotivo. C’è da sentirsi fragili, sperduti come “un pulpo en un garaje” (si dice in Spagna). E così matura “la volontà di rallentare o arrestare il flusso del pensiero” (David Le Breton, Fuggire da sé, Raffaello Cortina editore), il desiderio di fermarsi per essere se stessi, anzi una voglia di fuga, di scappare dalla ripetitività, di reagire, di non farsi intrappolare. “Tenere il mondo a distanza”, non farsi travolgere indubbiamente può essere positivo, ma tutto in fondo dipende dalla nostra volontà perché “la vita è come un’eco: se non ti piace quello che ti rimanda, devi cambiare il messaggio che invii” (James Joyce).

Ci circondiamo spesso di cose non strettamente necessarie e talvolta inutili che dovrebbero farci sentire a disagio, provocarci un certo obbligo morale verso le carenze del mondo. Ci è indispensabile tutto quanto la società tecnologica ci propina? Possiamo fare qualcosa per opporci? Certamente sì, inaugurare un rapporto assolutamente nuovo con noi stessi e con la collettività. Senza però  celarci, senza sdoppiarci, senza cogliere fino in fondo l’invito di Fernando Pessoa, talvolta Bernardo Soares o Alberto Caeiro ma anche Álvaro de Campos, di partire “verso un luogo qualsiasi, villaggio o eremo, che conservi la virtù di non essere questo luogo”, senza perdere l’identità che “è solo nella nostra anima (l’identità sentita con se stessa, anche se falsa) attraverso la quale tutto si assomiglia e si semplifica” (Il libro dell’inquietudine).

Si può fuggire, restando al proprio posto, in pieno turbamento tecnologico, in mezzo agli schiamazzi della viscosa non-società moderna? Qualche suggerimento può darcelo Gerd B. Achenbach nel suo Il libro della quiete. Trovare l’equilibrio in un mondo frenetico (Feltrinelli).

Ha saputo mantenere la sua identità forte e di sicuro ha accresciuto la sua serenità, Bill Gates, l’uomo simbolo di questa nostra era tecnologica, che dopo aver portato computer e software in ogni casa, si è allontanato dalla sua Microsoft Corporation per diventare protagonista di iniziative filantropiche globali. Con la sua Bill & Melinda Gates Foundation e il Rotary International si è impegnato, con indubbio successo, a eliminare per sempre la polio. Un genio visionario, Mr. Gates (nel libro La strada che porta al domani, del 1997, ha anticipato ai lettori come internet avrebbe rivoluzionato i destini dell’intera società), al quale stanno tanto a cuore le condizioni di vita nel terzo mondo da indurlo a lanciare un piano per donare centomila pulcini ai Paesi più poveri della Terra, dal Burkina Faso alla Bolivia. Pulcini e non polli, in linea con i principi rotariani di Paul Harris, per permettere alle famiglie povere di avviare dei piccoli allevamenti che rappresentino un primo passo per la nascita di fattorie di loro proprietà. Gates non tralascia la lettura, anzi è una sua grande passione, che lo ha fatto diventare un critico attento. I suoi consigli, che arrivano da Seattle, sono molto seguiti e i libri da lui recensiti scalano le classifiche e hanno successo.

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