Si scrive per sé o per gli altri?

di Loredana Simonetti

… per autocompiacimento o per trasmettere le emozioni personali ad un ignoto pubblico? Pochi leggono, tanti scrivono, ma scrivere non è solo avere una penna in mano o un editore pronto a stampare le tue carte, magari facendole pagare prima a te e poi a improbabili lettori. I periodi disarticolati con punteggiatura controversa, la ricerca di parole eccessive e aggettivi ridondanti, vogliono far credere che quanto è scritto è “bello” e tu, lettore che stai leggendo, te ne devi convincere.

Questo “virus” della scrittura colpisce spesso gli improvvisatori della scrittura stessa, ma non sono esclusi anche nomi noti. Una deludente Anne Tyler, ad esempio, in uno dei suoi ultimi libri, “Una spola di filo blu”, parte da una piccola idea costruendone intorno un libro noioso con 400 pagine di nulla che, come direbbe Michela Murgia, “ancora piangono l’albero che le ha generate”. E il fenomeno più importante è che tanti scrivono ma pochi leggono, magari leggono e rileggono quello che scrivono loro, mancando di confronto con altri autori.

Un mio conoscente  ha trovato un rapace editore che per pubblicare il suo libro, gli ha consigliato un nuovo stile di scrittura: scrivere tutto di seguito anche i dialoghi, senza due punti e virgolette. Incomprensibile suggerimento, che naturalmente ha distorto la leggibilità del libro. Ma perché?

Si scrive veramente di tutto e quando la curiosità asseconda il piacere della lettura, ci si predispone sempre con desiderio di novità e di “voglio proprio vedere come va a finire”, ma non nascondo che spesso ho interrotto e cestinato libri con ruggine gracchiante nel passaggio da un capitolo ad un altro. Scrivere è lecito, certamente, ma se si hanno velleità di grande scrittore bisogna leggere molto. In tale contesto una grande scrittrice come Isabel Allende, in particolare nel suo libro “L’Amante Giapponese”,  è capace di raccontare storie generazionali con flash back nel tempo, e i passaggi da una storia all’altra o da un personaggio all’altro, si percepiscono come un soffio di vento, senza brusche interruzioni. Insomma, un buon libro ha bisogno di un respiro regolare, una pagina dopo l’altra per entrare nella storia e trasformare l’attento lettore in un partecipante spettatore.

Lascia un Commento