Una parola di tregua nel boato del mondo

Mariangela Gualtieri allʼAngelo Mai di Roma

di Cristina Guarnieri

 

«Che bel posto del mondo, lʼAngelo Mai!

Che posto vivo e pacifico!

A chi avrà fatto paura tanta vivacità e intelligenza?

Forse è lʼAngelo del Mai, o il suo Genius Loci,

che per farne un luogo ancora più mitico,

mette alla prova i suoi artisti,

i suoi sostenitori, tutti noi».

 

Queste parole di Mariangela Gualtieri hanno accolto allʼingresso tutti coloro che lunedì 12 novembre sono giunti allʼAngelo Mai per farsi incantare dai suoi versi.

In un lunedì qualsiasi dʼordinaria vita romana, centinaia di persone si sono raccolte per ascoltare il Rito sonoro della poetessa drammaturga. Una moltitudine inattesa, quasi un miracolo, che fa ben sperare nelle sorti dellʼumana specie.

Lo spazio avvolto nellʼoscurità, nel silenzio. Unʼattesa lunga, composta ma fremente. Mariangela Gualtieri entra con passo discreto sulla scena, vestita in modo semplice e casto; prende posto davanti al microfono e inizia la sua performance teatrale:

«E adesso senti?».

Incipit che addensa in sé un interrogativo ricorrente nella sua opera poetica. Siamo ancora in grado di sentire? Siamo capaci di far tornare a vivere la sensibilità dei nostri corpi, delle nostre mani, del nostro cuore in questo “mondino sghembo” in cui tutto pare rompersi, “scortecciarsi e sbrecciarsi”, un mondo in disordine che grida «mʼincrepo! Mʼincrepo!»?

La voce di Mariangela è dolce, soave, ha qualcosa di un timbro materno che culla mentre ti sospinge a frugare la vita, a cercarla là dove essa più altamente vibra, nellʼessenzialità del suo mistero. I suoi versi convocano alla calma:

 

«Ecco il mondo che dice: fate piano fate piano.

Eccolo che dice: sono delicato».

La sua poesia denuncia questa nostra epoca che obbliga il cristallo del mondo a vivere nelle lotte, nelle guerre,

«nellʼalta marea del pianto con singhiozzo e cateratte.

Ecco il veleno. Ecco lo schiaffo e lʼustione.

Ecco lʼamputazione».

Sono parole di rivolta verso un tempo che costringe anche le nostre vite a cozzare nellʼurto delle cose, a stritolarsi impietosamente nei ritmi serrati della produzione.

Con la dolcezza di una recitazione dai toni soffusi, accompagnata dalle nenie musicali di Arvo Pärt (Spiegel im Spiegel) che slargano il cuore, Mariangela dà corpo a una parola poetica intimamente intrecciata al teatro, al punto da non sapere più dove inizia lʼuna e dove finisce lʼaltro.

La sua è una parola immensa che chiede tregua, una parola

«di bacio, di pane, di figliolino, di notte,
di luna, di dormire vicino.
Io non ho questa voce, e tu?

… Fate piano, per ogni goccia,
per ogni delicato dito,
per ogni tavola partita da un porto
rudimentale, antico. Fate piano.
Chʼè delicato tutto nel suo esile
canto dʼesserci,
fate piano, per carità, fate piano».

Il suo appello suona accorato, una tonalità struggente lo attraversa. Pur nella sua docilità, sembra quasi levarsi in un grido che ci esorta a resuscitare umanità, in ciascuno di noi, a recitare la preghiera dellʼozio, a sostare, a «ciondolare sull’altare del mondo affaccendato».

Mariangela sembra affidare la possibilità di una redenzione a gesti minimi della vita quotidiana: aiutare una gatta a partorire, esercitare lʼattenzione che – come diceva Malebranche – è “la preghiera dellʼanima”, ringraziare per le meraviglie del creato, donare il pane, accogliere le parole, inseguire la gioia «con un sole alle spalle e un sole avanti che ancora non vediamo».

Mentre in Occidente incalzano le sirene sovraniste, nazionaliste e xenofobe, mentre ovunque si innalzano muri contro lʼestraneo che viene, mentre si propaga «lʼira nelle periferie della specie», la voce di questa donna dagli occhi scintillanti canta, con “debole forza messianica” (per citare Walter Benjamin), il poema della salvezza dellʼumanità:

Salverò io il viandante infreddolito, cucirò coperte di purissima lana

darò fettine di pane, io allatterò, avrò cura per ogni piuma e chicco

per ogni alveare, ogni cervo impigliato lo libererò

ricucirò il palato dei pesci, ogni antenna di grillo e ala e squama

e capannetta di fango e tetto rotto

e abituccio logoro: farò bene, farò bene

aggiusterò, nutrirò, ogni manina secca io la ingrasserò,

ogni testa inceppata, ogni casa scoppiata, ogni campo pestato e rotto,

ogni, ogni, ogni.

Centinaia di persone, a Roma, hanno accolto questo invito, facendo ingresso nel suo rito sonoro e cominciando a compiere, nella sacralità di un tempo condiviso, il giuramento del seme. Lavoro della pazienza, promessa di raccolto futuro.

Nessuno, credo, avrà desiderato sottrarsi a questa iniziazione. In fondo, se ci siamo apprestati ad ascoltare, significa che

«sentiamo. Sentiamo ancora.

Siamo ancora capaci di amare qualcosa.

Ancora proviamo pietà.

Tocca a te, ora, a te tocca

la levatura di queste croste delle cortecce vive.

Cʼè splendore in ogni cosa.

Non avere paura».

 

Alle mani di ciascuno di noi è affidato il compito di sostenere quella debole forza messianica, quella scintilla di redenzione che risuona e vibra nelle parole di questo delicato poetare.

Farai il tuo canto. Cuore. A squarciagola.
Stai quieto ora. Tornerà.
Tornerà la giovane parola.

Io accolgo largamente. E tu?

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