Editoriale. Verde, bianco e rosso

Ci sono momenti della nostra storia nei quali avrei voluto essere presente. Mi sarebbe piaciuto vivere le emozioni, respirare quell’atmosfera, capire a fondo i sentimenti, gli ideali che hanno mosso i protagonisti a prendere una certa decisione, a mettere in atto una determinata azione, fare quel gesto che avrebbe cambiato il corso della storia. Sì, mi sarebbe piaciuto esserci, anche se ci sono libri, film, documentari che raccontano quelle vicende. Avrei voluto partecipare, come protagonista o come spettatore da una postazione privilegiata: sarebbe stata veramente tutt’altra cosa. Talvolta sfoglio nella mia mente le pagine della storia dell’Italia e indugio su alcune più che su altre.

In questa lettura mentale mi soffermo spesso sul Risorgimento, sul percorso che ha portato all’unificazione del Paese, alla nascita della Repubblica, al formarsi della dell’identità nazionale.

All’inizio di giugno, il 2, queste sollecitazioni diventano più intense. L’Italia festeggia, infatti, l’anniversario della nascita della Repubblica. Un evento che mi emoziona.

La prima percezione che l’Italia sia una repubblica, e di ciò che questa parola significhi in termini di democrazia, l’ho avuta quando ero poco più di un bambino nella casa dei miei nonni affacciata sullo Stretto di Messina. Su una parete, al di sopra di una libreria dove i saggi di storia rischiavano di tracimare, si trovava, racchiuso in una cornice un po’ austera, un vecchio numero di un quotidiano. Il titolo in prima pagina occupava tutte le colonne e recitava “Il popolo italiano ha scelto: Repubblica”. Si riferiva ai risultati del referendum monarchia/repubblica del 1946.

Quando nacque la Repubblica, mi raccontava mio nonno, era una bella mattinata di sole. Quel giorno tutti i fautori del sistema repubblicano avvertirono la commozione di una svolta storica, che si ricollegava ai sogni risorgimentali di Mazzini, Cattaneo, Pisacane, Mameli e, in fondo, anche di Garibaldi. Da allora però molte nubi hanno attraversato il bel cielo della nostra Repubblica. E addirittura alcuni “uomini, mezzi uomini, ominicchi… quaquaraquà” (Leonardo Sciascia, Il giorno della civetta, Adelphi) si sono arrogati quel titolo di “padri della Patria” che accostato al loro nome suona blasfemo. No, oggi, non vedo in giro esponenti della politica che possano essere considerati eredi di cotanta storia patria. Tutt’altro. Vedo narcisismi perversi, autocelebrazioni del niente, instabilità intellettuali, populismi aggressivi, mistificazione tra interessi privati e collettivi e vittime di benefici a loro insaputa. Sull’argomento Massimo Recalcati ci propone una lettura della nostra vita politica e collettiva con il suo Patria senza padri. Psicopatologia politica italiana, Minimum Fax.

Occorre tornare indietro di decenni per incontrare personaggi dotati di lucidità politica e di specchiata integrità come De Gasperi, Parri, Einaudi, Nenni, La Malfa, Calogero, Pertini, Berlinguer, Moro e prima di loro Salvemini, Gobetti, Rosselli, Croce, che hanno dato prestigio al Paese e contribuito a costruire l’identità dell’Italia moderna. Non hanno lasciato eredi ma una generosa eredità di pensiero, di onestà, di dignità e di etica, che ciascuno può raccogliere. E a loro va la nostra gratitudine, in questo mese in cui si festeggia la Repubblica, con solennità ma con sobrietà (il presidente Napolitano ha annullato il ricevimento esclusivo e ha aperto ai cittadini i giardini del Quirinale).

Tornando a sfogliare le pagine di storia, non in ordine cronologico, mi soffermo su un fatto al quale avrei voluto prendere parte: la nascita del Tricolore. Se esistesse la macchina del tempo mi piacerebbe tornare a Reggio Emilia e ascoltare Giuseppe Compagnoni, deputato di Lugo e fervente patriota, mentre propone ai delegati della Repubblica Cispadana che “si renda universale lo Stendardo dei tre colori Verde, Bianco e Rosso” e viene travolto da scrosci di applausi, guadagnandosi l’appellativo di “papà” del Tricolore. È dal quel 7 gennaio del 1797 che quella bandiera sventola nel cielo italiano.

C’è un’altra data alla quale mi sento legato ed è quella del debutto dell’inno nazionale. Era il 10 dicembre 1847, quando Il canto degli italiani, scritto da Mameli a Genova e musicato da Novaro a Torino, venne presentato ai genovesi e ai patrioti convenuti nel capoluogo ligure nella ricorrenza del centenario della cacciata degli austriaci.

Tricolore e inno, insieme all’emblema di Paolo Paschetto – la stella (l’Italia), la ruota dentata (lavoro), i rami d’ulivo (concordia interna e fratellanza internazionale) e di quercia (forza e dignità) – sono i simboli che identificano la nostra Repubblica e ne sottolineano le virtù democratiche. Fischiarli, come è avvenuto il 5 maggio allo stadio Olimpico di Roma, è perdere l’onore, la dignità civile, la stima degli altri italiani. Fischiare l’inno è negare il sacrificio del giovane Mameli che, sul Gianicolo, ha dato la propria vita all’amor di Patria. Fischiare la bandiera è ignorare il martirio di Zamboni e De Rolandis che a Bologna, in un tentativo di insurrezione, indossarono per primi la coccarda tricolore; è disconoscere l’eroismo dei “Camiciotti” che si batterono come leoni contro “Re Bomba” e che piuttosto di arrendersi si gettarono a capofitto nel pozzo della Maddalena a Messina per non abbandonare il Tricolore.

“Quando sento questi fischi”, dice Cesare Prandelli, ct della Nazionale di calcio, “mi cresce un senso di indignazione forte. Non si sa mai cosa fare, se non dirlo e dirlo ancora”.

 

Giuseppe Marchetti Tricamo

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