Woodstock, la madre di tutti i festival, compie 50 anni

Woodstock. Un ricordo ormai adulto, ma non svanito: tre giorni di gioia, trasgressione, umanità, stravaganza, pioggia, fango e musica rock.

Sono passati 50 anni da quando, nell’agosto del 1969, in una fattoria a nord di New York, mezzo milione di giovani danno vita alla prima, grande tre giorni di pace, amore e musica che diventa famosa semplicemente con il nome di Woodstock, la madre di tutti i festival. Su un palco di legno, in mezzo al verde delle Catskill Mountain, si esibiscono star affermate come Jimi Hendrix, Joan Baez, The Who, Janis Joplin e Sly Stone, ma anche nomi nuovi del rock anglo/americano destinati, dopo quella performance, a diventare autentiche leggende della musica del Novecento come Joe Cocker, Carlos Santana, Crosby, Stills & Nash, Arlo Guthrie. Certo, circolavano tonnellate di droga, ma c’era anche un campo giochi dove i bambini si divertivano da matti tuffandosi sulle balle di fieno da una struttura sugli alberi. E poi, soprattutto, c’era la musica, che né la sferzante pioggia né il micidiale fango riuscirono a fermare e proprio le note di quella musica rock risuonano oltre il tempo e lo spazio, rievocando ricordi, sentimenti, energie consce ed inconsce.
Abbondantemente raccontato e applaudito nel corso del tempo anche attraverso il cinema e i dischi, oggi Woodstock si ripropone ai collezionisti e ai semplici curiosi da più punti di osservazione: ad esempio con una serie di pubblicazioni di dimensione monumentale come per il box a numero limitato (1969 copie), in vendita a 799 dollari e comprensivo di film, libri, merchandising commemorativo e soprattutto 38 cd che si segnalano per la ventina di ore inedite, recuperate tra registrazioni che si pensavano perdute. Sì, perché a oggi del festival di Woodstock si conoscevano, tramite i materiali editi sinora, solo la metà degli artisti in cartellone: ora vengono portati alla luce anche tutti gli altri, di cui solo riviste e volumi vari avevano raccontato le gesta, dai Grateful Dead ai Creedence Clearwater Revival, da Johnny Winter ai Mountain, da Tim Hardin alla Incredible String Band, da Ravi Shankar a The Band. Per chi non volesse cadere nella tentazione completista c’è l’edizione ridotta di 10 cd.
Sul fronte editoriale numerosi i volumi in distribuzione: Woodstock – I tre giorni che hanno cambiato il mondo (Hoepli), traduzione dall’inglese di un’opera riccamente illustrata, uscita in origine nel 2009.
Ernesto Assante, giornalista di Repubblica, critico musicale, autore e conduttore radiofonico, ha raccolto e raccontato in un volume di oltre 200 pagine, ‘Woodstock ’69 – Rock Revolution’, testimonianze, fotografiche e non, di quegli incredibili giorni, quelli di “un sogno, un mito, un’esagerazione, una realtà, una leggenda”, edito da White Star. L’idea “era quella di realizzare un libro di immagini“, ha detto Assante spiegando che la prima parte ha riguardato le foto più famose del Festival, la seconda le immagini del pubblico. E poi il racconto della controcultura, i riferimenti inevitabili alla droga e ad una scaletta il più possibile credibile. Sfogliando l’ultimo lavoro di Assante, si compie un vero e proprio viaggio indietro nel tempo, in un attimo si salta a 50 anni fa, quando senza web, senza social network e senza giornali, visto che l’evento fu snobbato inizialmente anche dall’informazione, nacque comunque l’evento per eccellenza. In questo libro, scrive ancora Assante, “raccontiamo una favola, con un lieto fine”. “No, non è stato un sogno – si legge ancora nel libro – è successo davvero”.
A ripercorrere origine e storia di Woodstock, c’è anche il giornalista e scrittore Luca Pollini con il suo ultimo libro “Woodstock non è mai finito. Agosto 1969: quando l’utopia divenne realtà”, edito da Elemento115. Tra storie, documenti, leggende e aneddoti il libro racconta l’impatto che il Festival ha avuto nella storia del rock e non solo ed è arricchito da un intervento di Franco Bolelli e dalla prefazione di Dario Salvatori. La storia che, con il suo inconfondibile taglio, racconta Luca Pollini, delinea il Festival di Woodstock come il punto più alto di un percorso iniziato all’alba degli anni Sessanta: “Dalla nomina di Kennedy alla nascita dei Beatles e dei Beach Boys, dall’arrivo di Bob Dylan a New York fino ai primi movimenti studenteschi a Berkeley. Ma soprattutto si è manifestata la presa di coscienza da parte di un’intera generazione di giovani che aveva iniziato ad immaginare una vita diversa, e quell’enorme campo dove si sono riuniti in 500mila è stato il punto geografico in cui è convogliata tutta questa energia fatta di sogni, progetti, immaginazione, senza violenza o rivolta, solo per affermare, positivamente, la propria volontà – chiosa Pollini – sono passati 50 anni, non pochi. Eppure il mito di Woodstock resta saldamente in piedi, anzi, se è possibile, con il passare degli anni si è andato espandendo, è cresciuto a dismisura, trasformando i tre giorni di pace e musica in una sorta di totem inattaccabile, facendo diventare Woodstock il festival-che-non-finisce-mai”. Il saggio ripercorre in modo analitico fatti ed antefatti di quella meravigliosa tre giorni e mezzo, riportando aneddoti e curiosità inedite, frutto di una grande passione personale, che caratterizza la sua penna sempre colta, con leggerezza.
Sono passati 50 anni, eppure il mito del concertone rimane ancora vivo e continua a crescere tra i giovani di ogni generazione ricordando quei giorni di “Peace & Rock Music”. Durante quei quattro giorni migliaia di giovani protestarono contro il modo di vivere e la cultura dominante della società circostante, creando una vera e propria utopia. 500.000 persone riuscirono a convivere senza denaro, senza polizia, senza regole, senza divieti perché tutti desideravano che accadesse.

di Caterina Lucia 

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